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60 anni di “Nessuno mi può giudicare”

Caterina Caselli copertina

Caterina Caselli copertina

Fra le tante canzoni italiane che hanno fatto ballare e continuano a far ballare il mondo intero ce n’è una che ha appena compiuto 60 anni. È “Nessuno mi può giudicare”, che Caterina Caselli cantò per la prima volta sul palco del Festival di Sanremo il 27 gennaio 1966.

Da allora, la canzone di Casco d’Oro (oggi, per gli addetti ai lavori, “La Signora”) è diventata il simbolo di veri e propri movimenti che, in diversi momenti, hanno rivendicato i fondamentali diritti umani di libertà. Una delle frasi clou – “Ognuno ha il diritto ha il diritto di vivere come può” – è diventata una bandiera per i figli che si volevano emancipare dai genitori nel Sessantotto, per le donne che si volevano emancipare dal loro ruolo di casalinghe e madri negli Anni Settanta, per il movimento gay dagli Anni Ottanta in avanti.

A tutt’oggi è una canzone che non ha una ruga“, afferma Caterina Caselli, che da tempo ha smesso i panni della cantante per concentrarsi su un altro suo talento eccezionale, quello di scopritrice di altri cantanti con Sugar Music. “Il testo è ancora quanto mai interessante, porta al suo interno concetti universali come la libertà e il coraggio. Rimane comunque un inno beat o pop, ma contiene un messaggio importante. È orecchiabile e allo stesso tempo esprime un messaggio di libertà, quello di poter scegliere, di sbagliare e non per questo essere giudicate”.

“Nessuno mi può giudicare” è stata utilizzata nel mondo delle campagne pubblicitarie e del cinema: ha dato il titolo all’omonimo musicarello del 1966, interpretato da Caselli, e ha ispirato l’omonimo film di Massimiliano Bruno del 2011, nel quale la protagonista Paola Cortellesi canta la title-track.

Il brano ha inoltre riscosso un grande successo internazionale: tra le versioni più celebri quelle di Dalida (“Baisse un peu la radio”) e Richard Anthony (“Amoureux de ma femme”), che però avevano un testo completamente diverso, fino ai remix contemporanei, come quello firmato dal dj Lost Frequencies. La stessa Caselli ne incise una versione in spagnolo (“Ninguno me puede juzgar”) che spopolò in Argentina. L’anno scorso, inoltre, il brano è stato inserito in una compilation americana dedicata alla musica da film.

Insomma, anche se nel 1966 non vinse Sanremo, “Nessuno mi può giudicare” ottenne un successo ben più importante: si piazzò in vetta alle classifiche per settimane ed entrò nel cuore di milioni di persone, fino a diventare una vera e propria canzone – manifesto, che ha attraversato le generazioni e suona ancora oggi estremamente contemporanea. “A Sanremo andai molto tranquilla“, ricorda ancora Caselli: “Non avevo nulla da perdere, ero molto felice e difendevo quella canzone, mi piaceva il testo, mi piaceva quello che dicevo, ci credevo“.

Certo, nell’Italia che non aveva ancora conosciuto il Sessantotto ma che cominciava ad annusare il cambiamento, Casco d’oro fu un vero e proprio uragano: una ragazza di nemmeno vent’anni in pantaloni o, viceversa, in minigonna; con un taglio di capelli corti che le sue coetanee cominciarono a chiedere con insistenza… risultava molto credibile quando diceva di non voler essere giudicata. Attenzione, non chiedeva comprensione: affermava autodeterminazione.

Un altro elemento che vale la pena ricordare è che la canzone era stata inizialmente proposta ad Adriano Celentano, che la rifiutò a favore de “Il ragazzo della via Gluck”: così un testo che, al maschile, sarebbe suonato quasi scontato, vòlto al femminile acquisì una forza dirompente, in un Paese cattolico e maschilista in cui – lo ricordiamo – vigevano ancora delitto d’onore e matrimonio riparatore, abrogati quindici anni dopo, nel 1981.

Il fatto stesso che fosse una canzone scritta per un uomo, e che invece a cantarla fosse una ragazza con quel piglio, evidentemente ha trasmesso il messaggio coraggioso di una che dice di non volere essere giudicata per uno sbaglio commesso“, spiega ancora Caselli: “È una canzone che mi ha dato tanto, che mi ha consentito di cambiare radicalmente la mia vita, dunque non posso che dire grazie a chi l’ha scritta, a chi le ha permesso di viaggiare nel tempo, a chi si è dato forza e coraggio ascoltandola e cantandola mentre cercava di migliorare la vita propria e degli altri”.

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