C’è una data che per Amatrice significa molto più di una ricorrenza gastronomica. Il 6 marzo 2020 la Commissione Europea, con il Regolamento 2020/395, iscrisse l’Amatriciana Tradizionale nel registro delle Specialità Tradizionali Garantite: un traguardo raggiunto dopo anni di iter burocratico, che pose la salsa dei pastori della Laga accanto a mozzarella, pizza napoletana e vincisgrassi alla maceratese, le uniche altre STG italiane. Cinque anni dopo, quella stessa data diventa il cuore di un appuntamento che ambisce a ripetersi ogni anno: la prima Giornata Internazionale dell’Amatriciana.
L’iniziativa, presentata alla Camera dei Deputati nella Sala Tatarella lo scorso 3 febbraio, è promossa dall’ARAM, l’Associazione dei Ristoratori e degli Albergatori di Amatrice, con il patrocinio del Comune, dell’Università Roma Tre, della Regione Lazio e della Camera di Commercio di Rieti e Viterbo. Non si tratta di una semplice sagra: il programma del weekend dal 6 all’8 marzo 2026 mescola convegni, laboratori del gusto, show cooking, visite ai cantieri della ricostruzione post-sisma, escursioni nei Monti della Laga a piedi e in e-bike, e un pranzo con menù tipico a prezzo unico presso tutti i ristoratori aderenti.
Un piatto come manifesto di rinascita
Per comprendere il peso simbolico dell’evento bisogna tornare al 24 agosto 2016, quando il terremoto devastò Amatrice a pochi giorni dalla storica Sagra degli Spaghetti. Da allora il borgo appenninico ha vissuto una ricostruzione lenta e faticosa, ma non ha mai rinunciato alla propria identità, che passa inevitabilmente per quel condimento di guanciale, pomodoro e pecorino nato secoli fa tra i pastori transumanti.
I dati dell’ARSIAL, l’Agenzia regionale per lo sviluppo e l’innovazione dell’agricoltura del Lazio, danno la misura della rilevanza economica del piatto. Nei soli comuni di Amatrice e Accumoli si stimano circa 150 chilogrammi di sugo prodotti a settimana per ogni punto di ristorazione, per un totale annuo di circa cento tonnellate. Considerando una media di cinque porzioni per chilo, si arriva a circa 25.000 piatti l’anno nel territorio d’origine. A livello regionale la stima sale a un milione di porzioni, servite nei circa diecimila esercizi di ristorazione del Lazio.
L’università come partner scientifico
Un aspetto che distingue questa iniziativa dalle tradizionali feste di paese è il coinvolgimento dell’Università Roma Tre in qualità di partner scientifico. L’ateneo, che ospita il corso di laurea triennale in Scienze e Culture Enogastronomiche, ha scelto di partecipare attivamente. Il rettore Massimiliano Fiorucci ha sottolineato come la cucina e la cultura enogastronomica siano tasselli fondamentali della storia e delle tradizioni nazionali, e ha definito la vicenda di Amatrice una storia di resilienza che attraverso il suo piatto più celebre continua a parlare al mondo di memoria, comunità e futuro.
Il programma
Il venerdì 6 marzo è dedicato a dibattiti e incontri sul rilancio turistico-culturale dell’area amatriciana, con testimonianze e casi di successo. Il sabato e la domenica si aprono al turismo esperienziale: escursioni in montagna, pedalate assistite, visite all’oasi naturalistica di Orie Terme, al Museo comunale e al laboratorio di restauro “Rinascita”. Il sabato pomeriggio spazio agli show cooking e a un contest tra chef sull’amatriciana declinata tra passato e futuro. La domenica si chiude con uno spettacolo teatrale all’Auditorium della Laga.
Tutti i ristoranti d’Italia — e del mondo — sono invitati ad aderire proponendo nei propri menù l’amatriciana preparata secondo il disciplinare STG. Un invito esteso anche alle cucine domestiche: l’augurio dei promotori è che il 6 marzo si cucini amatriciana ovunque ci sia un fornello.
Per informazioni e programma completo: www.giornatadellamatriciana.it

