La Tv dà i numeri di Giorgio Bellocci Non penso sia stata casuale la scelta di Enrico Mentana di dedicare la puntata di “Matrix” dello scorso 9 maggio alla presentazione de Il divo , film di Paolo Sorrentino ispirato alla vita di Giulio Andreotti in concorso al festival di Cannes. Il 9 maggio ricorreva infatti il trentennale della morte di Aldo Moro, ed è noto il ruolo che Andreotti svolse all’epoca della vicenda in veste di esponente di spicco della Democrazia Cristiana. Prima di “Matrix” Canale 5 aveva trasmesso “Aldo Moro – Il Presidente”, mini-serie prodotta dallo Taodue. Complimenti sinceri a Mediaset. Nei mesi scorsi il servizio pubblico aveva ricordato la figura di Moro grazie agli speciali di Giovanni Minoli e Corrado Augias, oltre a servizi sparsi qua e là nei tg e in qualche talk. Ma il 9 maggio nei palinsesti Rai lo zero assoluto! Poteva starci per esempio, anche in orari da zombie-cinefili, Buongiorno notte , il capolavoro di Marco Bellocchio dedicato al caso Moro. La scelta di Mediaset, improntata al valore della memoria, fa passare in secondo piano la non brillante riuscita della mini-serie. Certo, la regia di Gianluca Maria Tavarelli si è rivelata assai professionale (per il cinema Tavarelli ha firmato opere fin troppo sottovalutate come lo straordinario Qui non è il paradiso ). Per non dire di Michele Placido nel ruolo dello statista ucciso. Ma aver puntato molto sull’aspetto emotivo ha rappresentato un freno dal punto di vista della ricostruzione storica. Intendiamoci, i sentimenti della famiglia Moro e dei parenti degli agenti della scorta meritano un reiterato ricordo, anche tutti gli anni. Meglio però in contesti che non siano la fiction, salvo scegliere solo quel punto di vista. Inserirli nella diegesi di una breve serie fa inevitabilmente andare in secondo piano tutte le complesse implicazioni del caso. Lo stesso vale per le troppe “certezze” sulle motivazioni delle Brigate rosse. Detto della precaria recitazione di quasi tutti gli attori brigatisti, poco credibili dentro a un’iconografia patinata e degna di una rilettura pop degli anni 70, la fiction si è ostinata a raffigurare il percorso eversivo come se nei decenni successivi ai fatti non fossero emerse rivelazioni che hanno ribaltato quanto dato per scontato: libri e testimonianze dirette ci hanno raccontato di profonde lacerazioni all’interno di un gruppo al quale ancora oggi è impossibile dare una definizione (potente organizzazione o accozzaglia di invasati, incapaci di individuare i veri nemici delle fasce deboli della società?). Per un prossimo film sul caso Moro forse la scelta più creativa potrebbe essere una ricostruzione in stile Rashomon , con lo sviluppo di tutti i diversi punti di vista dei terroristi… e di quello di Francesco Cossiga!
Brigatisti molto trendy e i meriti di Canale 5

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