LA TV Dà I NUMERI di Giorgio Bellocci Il solito ampio bacino d’utenza (più di 4 milioni di spettatori) ha premiato la puntata di “Annozero” del 23 aprile dedicata al centenario virtuale di Indro Montanelli. Un momento di televisione piuttosto interessante considerata la presenza di tanti big del giornalismo italiano, con molte vette d’eccellenza e qualche piccola caduta. Una di queste è riconducibile agli inevitabili momenti di auto-referenzialità della categoria (i giornalisti che parlano dei giornalisti magari con allusioni non chiarissime ai più) anche se soprattutto Gad Lerner e Paolo Mieli più di una volta hanno provato a sottolineare il rischio. Con loro anche Enrico Mentana e Maurizio Belpietro, oltre naturalmente all’ospite fisso Marco Travaglio. Provo a riassumere le piccole pecche, partendo da sgarbi tra colleghi nel giorno della celebrazione di una personalità che tanto ha contribuito all’affermazione della categoria. Ha iniziato Santoro che nel porgere i giusti riconoscimenti a Mentana ha più o meno direttamente mancato di rispetto a Alessio Vinci, conduttore del nuovo “Matrix” (la polemica è ben documentata anche sul web). Poi c’è stato lo sgradevole attacco di Belpietro a Lerner (sul piano personale) dopo che quest’ultimo aveva semplicemente ricordato l’imbarazzo dei più, tra colleghi e addetti ai lavori de Il Giornale, quando si consumò nel 1994 la celebre frattura tra Montanelli e un Silvio Berlusconi pronto a scendere nell’agone politico e all’epoca editore del quotidiano. Quello, come noto, è il momento in cui Montanelli comincia a suscitare una certa simpatia in gran parte dei politici e dell’elettorato di sinistra, vale a dire tra coloro che lo avevano conosciuto come un feroce anti-comunista. E’ stata una dimenticanza, infine, aver omesso di citare lo scomparso Vittorio Corona tra le persone che più sono state vicine a Montanelli dopo l’addio a Il Giornale. Suo figlio Fabrizio, “lo sfrontato Corona”, ne ha parlato il giorno dopo con Daria Bignardi ne “L’era glaciale” Ma per rendere perfetta una bella pagina di televisione è mancato soprattutto il pieno ricordo del Montanelli degli anni 70-80. In particolare Travaglio, a cui spetta in gran parte la paternità dello sdoganamento del giornalista di Fucecchio nell’immaginario della sinistra, doveva secondo me avere il coraggio di ricordare che il suo maestro denotò accanto a innate qualità anche delle mancanze, che certo è più semplice individuare a posteriori. Montanelli, per esempio, rappresentò molto bene le istanze borghesi, ma fu completamente incapace di dare una lettura obiettiva e illuminata delle enormi tensioni sociali dei cosiddetti anni di piombo. Per lui erano sufficienti il manganello e il pugno durissimo delle istituzioni.
Da Santoro un Montanelli idealizzato

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