di Giorgio Bellocci Non era difficile da prevedere che un film duro, poco televisivo, come Fast F ood Nation fosse destinato a un basso gradimento in termini di auditel, a maggior ragione nel prime time del sabato! E con il caldo soffocante già alle porte… La7 ci ha provato lo stesso, e in questi casi si rimane un po’ sospesi tra l’ammirazione per il coraggio denotato e la sensazione di un’occasione persa (per la cronaca il film ha raccolto l’1,56% di share con 270.000 telespettatori). Diretto nel 2006 da Richard Linklater e tratto dall’omonimo best seller di Eric Schlosser, il film narra con uno stile che ammicca anche al documentary le vicende di clandestini messicani che lavorano nei pressi della frontiera con gli Stati Uniti. Un luogo allucinante, una fabbrica di hamburger, dove non esistono regole igieniche e dove i diritti dei lavoratori vengono calpestati… Occasione persa? Gli investitori pubblicitari e i dirigenti della tv italiana a mala pena puntano su prime visioni o su film d’essai (se non in seconda o terza serata), così se gli vai a parlare dell’accoppiata “film più dibattito” dei bei tempi che furono mettono la mano sul grilletto della pistola! Personalmente, e guarda caso di recente, ho pensato a Fast Food Nation quando ho visto La Nostra Vita , acclamato film di Daniele Luchetti. Senza nulla togliere alla bravura del regista, del talentuoso Elio Germano (meritata Palma a Cannes come miglior attore) e soprattutto ai giudizi dei critici cinematografici, ho trovato un po’ pallido e scontato il finale del racconto, specie se paragonato agli epiloghi di opere come Fast Food Nation , Happiness di Todd Solondz e a quelle di Ken Loach. Giusto per fare altri esempi di cinema attento al sociale o alle dinamiche familiari. Per altro il film di Luchetti e Fast Food Nation hanno molti punti in comune riguardo ai temi trattati: la problematica del lavoro in nero, i drammi privati e familiari che accompagnano le disavventure professionali, l’incomunicabilità (tra sessi e etnie diverse), le istituzioni assenti. Insomma, i presupposti per imbastire un mini speciale che accompagnasse la prima tv de La7 c’erano (magari con Luchetti in studio a illustrare l’approccio italiano a questo tipo di cinema). Cosa sarebbe potuto emergere da un ipotetico approfondimento televisivo? Per esempio che contrariamente a quanto succede nel film di Linklater, dove lo spettatore è tenuto a mollo in un realista contesto di disperazione senza fine, La nostra vita perde nel finale tutta la sua carica di denuncia affogando in una melassa alle soglie del fiabesco…
Film in tv: no… il “dibattito” no!

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