Il 7 aprile 2026, dopo giorni di piogge intense, si è riattivata la frana di Petacciato, in Molise, che ha determinato il blocco di un tratto dell’autostrada A14, della statale Adriatica e della linea ferroviaria lungo la dorsale adriatica. Il fronte della frana supera i 4 chilometri e ha costretto all’evacuazione di circa 50 persone, oltre a provocare ripercussioni su viabilità e trasporti tra Abruzzo, Molise e Puglia, e a spezzare di fatto uno dei principali corridoi infrastrutturali italiani.
Pochi mesi prima, movimenti franosi legati ai suoli argillosi e alla pressione delle acque sotterranee avevano portato sulle prime pagine dei giornali Niscemi, in Sicilia: dopo alcune avvisaglie di cedimento sul versante a sud del centro abitato, il 25 gennaio una frana di grandi dimensioni ha travolto intere porzioni di territorio, costringendo all’evacuazione oltre mille persone e lasciando decine di edifici sospesi o inagibili.
In entrambi i casi, gli eventi hanno fatto notizia e sono diventati visibili, ma gli esperti hanno subito chiarito un punto: non si tratta di un evento eccezionale ma della riattivazione di un fenomeno strutturale, legato alla natura argillosa dei terreni e alla presenza di acqua nel sottosuolo, che rende il versante instabile e difficile da stabilizzare nel lungo periodo. Telepress ha intervistato in merito Paola Salvati, Prima Ricercatrice all’Istituto di Ricerca per la Protezione idrogeologica del Consiglio Nazionale delle Ricerche – CNR-IRPI.
Anche se a molti sarà sembrata una frana “sbucata dal nulla”, quello del Molise è un movimento franoso fra i più estesi e studiati d’Europa, attivo dai primi del Novecento e caratterizzato da movimenti profondi e ciclici che coinvolgono un intero versante, dalle colline fino alla costa. È noto in tutte le carte istituzionali sui movimenti franosi ed è mappata anche sull’inventario dei fenomeni franosi (IFI), che raccoglie tutte le informazioni sulle frane avvenute in Italia. A Petacciato le infrastrutture e il centro abitato hanno ripetutamente subito danni.
Che cosa emerge dagli studi che sono stati fatti su questa frana?
Si tratta di un grande movimento franoso, estremamente complesso, con una cinematica lenta (cioè si muove lentamente) e intermittente, quasi ciclica. Gli eventi precedenti più vicini nel tempo risalgono al 1991 e al 1996, e poi ancora al 1963 e al 1932. Il monitoraggio è di lunga data e studi su questo territorio e sul movimento franoso sono stati pubblicati anche su riviste internazionali.
Sembra descrivere questa frana come un elemento vivo, non come tanti fatti chiusi…
Noi definiamo “frana” una serie di movimenti estremamente complessi e ampi. Ci sono frane di dimensioni più ridotte che coinvolgono uno strato superficiale di suolo, come le cadute massi che vediamo lungo le strade, ma c’è un ampio orizzonte di movimenti: la frana può rotolare, può scivolare, può colare… Può franare il detrito o il fango, ma possono scivolare anche versanti interi, come il caso appunto di di questa di Petacciato. Questo succede quando il versante è costituito nella sua parte basale da argille marine, formate da particelle molto fini e la loro proprio particolarità fisica e chimica è quella di assorbire l’acqua che permea dagli strati superiori del terreno, costituiti da rocce e sabbie.
E che cosa succede?
Le argille si rigonfiano, come una grande spugna (anche non sono porose): quando raggiungono un livello di saturazione la pressione interstiziale delle particelle diventa troppo elevata e le argille in qualche modo cedono, cioè non riescono più a contrastare le forze di taglio e scivolano lungo una superficie di scorrimento. Nel caso di setacciato la superficie coinvolta è di 4 km², con una profondità variabile dai 40 fino – si stima – agli 80 metri. Questa grande frana raccoglie famiglie di frane più piccole all’interno di sé.
Come e perché si studia una frana?
Oggi abbiamo le tecnologie per conoscere anche in profondità una frana, poterla monitorare e poterci convivere. Conoscerne la storia passata ci permette di capire come e quando potrebbe riattivarsi, cioè qual è la ciclicità della riattivazione e quindi, ad esempio, avvertire immediatamente la popolazione per farla evacuare, chiudere le strade, l’autostrada e la ferrovia… Gli strumenti vanno dagli inclinometri, ai geofoni, ai satelliti con cui posso conoscere lo spostamento di grandi masse di terreno da un loro passaggio all’altro. Poi ci sono i monitoraggi con fotografie dal versante opposto e le stazioni fisse che usano diversi strumenti. Il monitoraggio è importante, ma purtroppo in Italia le frane monitorate sono pochissime, sia perché un territorio estremamente suscettibile a varie tipologie di movimenti franosi, sia perché il monitoraggio dipende anche dal tipo di frana che va controllato. Sistemi che funzionano per grandi frane non funzionano per altre tipologie di frane che sono per esempio le colate detritiche o le colate di fango o le cadute massi.
Ci sono elementi in comune fra la frana di Petacciato e quella di Niscemi?
Sicuramente le accomunano le dimensioni ovviamente e la complessità del movimento franoso: queste lunghe linee di frattura, queste superfici di scorrimento enormi, che a vederle mettono paura. Poi le accomuna una successione stratigrafica abbastanza simile, cioè strati più impermeabili in profondità che fanno da superficie di scorrimento, e sabbie, conglomerati e terreni più permeabili sovrastanti. Va precisato che ogni frana fa storia a sé e va studiata per quello che è il suo microclima, le sue condizioni geologiche toniche, le caratteristiche geomorfologiche e geologiche di ciascun di ciascun sito.
Abbiamo letto che queste frane sono causate anche dai cambiamenti climatici, ma sapendo ora che – ad esempio quella di Petacciato – ha una storia molto lunga, come dobbiamo contestualizzare il dato climatico?
Per una risposta corretta dovremmo conoscere la storia continua delle riattivazioni di questa frana e dei suoi movimenti continui o discontinui o intermittenti. Chiaramente i dati di oggi sono più ricchi di quelli di 50 anni fa, anche grazie allo sviluppo tecnologico. Sicuramente i regimi pluviometrici attuali sono cambiati e possono alterare forse la periodicità della frana. Il cambiamento climatico potrebbe far aumentare le frane veloci e le frane superficiali, perché le precipitazioni stanno diventando più intense: sono le frane più distruttive perché sono veloci, improvvise, poco prevedibili. Rispetto alle grandi frane complesse e profonde, probabilmente la pioggia intensa improvvisa fa poco. Il discorso cambia con le piogge prolungate, le cui conseguenze però sono più difficili da prevedere. Servono studi estremamente dettagliati di quanto le precipitazioni influiscano sui movimenti e possiamo farlo con gli strumenti in uso da 20/30 anni a questa parte.
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