Site icon Telepress

I database illegali della GB

Abstract futuristic world & technology business background and space for text, vector illustration

Allarme privacy in Gran Bretagna. Illegale il 25% degli archivi governativi con dati informatici: non garantiscono la sicurezza degli utenti Nelle ultime settimane è tornato d’attualità il dibattito sul controllo di internet e sulla necessità di tutelare in maniera più decisa la privacy degli utenti della rete. Che venga scandagliato per scopi commerciali o per perseguire fini di reale/presunta sicurezza pubblica, fa poca differenza: il web è una miniera di dati utilissimi e preziosi, e gestirli diviene questione di potere politico ed economico. Un’indagine presentata nei giorni scorsi dal Joseph Rowntree Reform Trust dice che un quarto dei database governativi in Gran Bretagna sono illegali. Raccolgono infatti informazioni riguardanti persone facilmente ricattabili come bambini, giovani delle minoranze etniche, ragazze madri. Secondo l’associazione, andrebbero chiusi e i loro contenuti cancellati. La risposta del governo d’oltremanica mira chiaramente alla difesa del proprio operato. Secondo il ministro della Giustizia non ci sarebbe alcuna evidenza ad avvalorare le affermazioni del Trust, e il governo non avrebbe mai perso di vista gli obblighi verso i cittadini e il rispetto dei loro diritti. La Gran Bretagna spende ogni anno circa 16 miliardi di sterline per la gestione dei propri database e ha intenzione di incrementare l’investimento fino a 105 miliardi nel prossimo lustro. Tuttavia, non precisa il numero delle migliaia di sistemi su cui opera quotidianamente. Il Rowntree Trust ne ha esaminati 46, trovandone 11 che non rispettano le garanzie di sicurezza d’accesso ai dati. L’allarme lanciato dall’associazione, trasversale rispetto agli schieramenti politici del parlamento di Londra, riguarda milioni di internauti, la cui privacy e le cui informazioni sensibili sono ad alto rischio. Tra i centri fallaci ci sono il database nazionale del dna e il Contact Point, archivio che raccoglie i dati dei servizi pubblici (tra cui scuola, fedina penale e sanità) riguardanti i minori. Il 40% delle impronte genetiche appartenenti a uomini di pelle nera sotto i 35 anni e in attesa di giudizio viene archiviato e mai più cancellato, anche in caso di assoluzione. Le immagini delle risse e dei crimini di strada posso essere trattenute fino a 100 anni. Nel frattempo, il Dipartimento per il lavoro e per la pensione ha terminato lo sviluppo di un sistema di condivisione dei dati, cui hanno accesso 140mila impiegati statali e 445 autorità locali. Secondo il Trust, oltre 30 municipi hanno già abusato del servizio. “Lo stato dei database britannici è un disastro economico, etico e amministrativo che sta penalizzando alcuni dei membri più vulnerabili della nostra società” dice Ross Anderson, professore dell’Università di Cambridge. L’associazione chiede una gestione più trasparente degli archivi e maggiore informazione per gli utenti, che devono essere avvisati della registrazione dei loro dati e avere la possibilità di negare o ritirare il consenso al trattamento degli stessi. Il rischio è quello di una Chernobyl socio-legale, in cui i meno consapevoli riguardo questi procedimenti contribuiscono alla riuscita del controllo finale di ‘pochi’, ignorando le gravi imperfezioni del sistema. Fino al collasso dello stesso, con un danno incalcolabile per i cittadini. Dall’archiviazione e dall’utilizzo dei dati internet si vengono a creare veri e propri profili digitali, più o meno corrispondenti a quelli reali. Il problema scivola così dalla sicurezza e dalla privacy verso le più complesse identità web, determinate dalle tracce lasciate dai navigatori. Di recente, Google ha presentato un sistema di pubblicità mirata che si basa sul monitoraggio delle attività in rete dell’utente. British Telecom e Phorm fanno lo stesso vagliando 30mila internauti britannici al giorno, per spedire poi ad centrati sui loro interessi. Amazon colleziona dati su dati, stilando identità digitali dei propri consumatori, che spesso vengono scambiate o vendute a terzi. Il dibattito è aperto e non può essere ignorato. Identità digitale e informazioni sensibili contribuiscono in modo sempre più determinante alla nostra immagine pubblica. L’esempio inglese deve fungere da monito: la questione riguarda il nostro essere, i nostri interessi e ciò che riteniamo (in maniera più o meno letterale) privato. • Stefano Pini

Exit mobile version