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Il mistero del secondo sanitario: come Milano-Cortina ha trasformato il bidet in una star mondiale

Il caso della reporter americana
A inaugurare ufficialmente la “saga del bidet olimpico” è stata la giornalista americana Alicia Lewis, inviata della tv KARE 11 di Minneapolis. Arrivata in hotel a Milano per seguire i Giochi, ha pubblicato un video in cui, davanti al sanitario affiancato al wc, chiede ai follower come si usi: «If anyone is a bidet expert… none of us can figure this out». Il video è rimbalzato su Instagram, X e sulle testate italiane, che hanno rilanciato il suo smarrimento con titoli tra il divertito e l’orgoglioso, riassunto da un commento virale: «In Italia è routine, altrove è un enigma».
Atleti confusi e social scatenati
Lewis non è un caso isolato: nei tour-room degli alloggi olimpici, diversi atleti stranieri hanno filmato il bidet chiedendosi se fosse «un secondo lavandino» o «un posto per lavarsi i piedi». Rai e La7 hanno dedicato servizi al fenomeno, raccontando come i video sul bidet – al pari di quelli su pasta e cappuccini – stiano raccogliendo migliaia di visualizzazioni sulle piattaforme, con italiani impegnati a spiegare funzioni e “galateo del getto d’acqua”. Sportmediaset ha parlato apertamente di “shock del bidet”, sottolineando gaffe, tutorial improvvisati e commenti imbarazzati provenienti dai cinque continenti.
Sui social internazionali il bidet italiano non è una novità assoluta, ma Milano-Cortina ha amplificato il trend: da anni blog e travel magazine anglofoni raccontano con ironia l’oggetto “misterioso” che popola i bagni della Penisola italiana, tra guide pratiche “How to use a bidet in Italy” e aneddoti di turisti convinti fosse una piccola vasca o un lavapiedi. Ora, grazie al traino olimpico, quel repertorio di stupore, battute e tentativi goffi di utilizzo è entrato nel mainstream sportivo.
Perché in Italia è obbligatorio
Se per molti ospiti olimpici il bidet è una curiosità esotica, per gli italiani è un requisito minimale di civiltà domestica, al punto da essere scritto nero su bianco nella normativa edilizia. Dal 1975, infatti, il decreto ministeriale del 5 luglio stabilisce che ogni abitazione debba avere almeno un bagno dotato di wc, bidet, vasca o doccia e lavabo: niente bidet, niente agibilità. È una disposizione nata negli anni del boom economico, quando il benessere passava anche da igiene e comfort, e che oggi fa sì che circa il 97% dei bagni italiani ospiti il celebre sanitario gemello del wc.
Quello che per un atleta canadese o statunitense è un oggetto quasi surreale, per il proprietario di un monolocale a Milano è una condizione legale non negoziabile. Ed è proprio questo cortocircuito culturale – routine da decreto per gli uni, mistero virale per gli altri – a rendere così irresistibile la narrazione social di Milano-Cortina.
Dal Villaggio Olimpico a New York
L’ondata di curiosità non si ferma ai Giochi. Oltreoceano, il fascino del bidet sta lentamente conquistando anche la politica: a New York, il nuovo sindaco Zohran Mamdani – succeduto a Eric Adams – ha raccontato qualche settimana fa di voler installare bidet nei bagni di Gracie Mansion, la residenza ufficiale del primo cittadino. Durante una conferenza stampa sul suo trasferimento, ha parlato esplicitamente del progetto di dotare le cinque sale da bagno della dimora di questo comfort “europeo”, diventato persino oggetto di ironia nella stampa locale, che ha ribattezzato il suo programma “bidet socialism”.
L’idea che la casa del sindaco di New York possa trasformarsi in una vetrina d’oltreoceano per l’ossessione igienica italiana chiude idealmente il cerchio aperto dalle stories degli atleti a Milano. Dalle camere del Villaggio Olimpico ai salotti dell’Upper East Side, il bidet esce dal bagno per entrare nell’immaginario globale, sospeso tra folklore nazionale, soft power sanitario e meme irresistibile sull’igiene del XXI secolo.
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