Strutture dirigenziali incomplete, palinsesti stravolti, approdo al digitale e abbandono di Sky: la tv pubblica si scorda della qualità Spira un vento freddo, tra i corridoi della Rai. La televisione di Stato approccia l’autunno in concomitanza con l’ennesimo periodo difficile della sua storia. Il nodo più intricato da sciogliere è quello di Raitre: sembra avere i giorni contati l’attuale direttore, Paolo Ruffini, che potrebbe essere sostituito da Giovanni Minoli. I diretti interessati smentiscono, ma Ruffini, nonostante gli ottimi risultati della sua gestione, viene penalizzato dalle polemiche legate a Ballarò e Report. Polemiche che sono legate a doppio filo con le vicende politiche nostrane, che determinano le cariche dirigenziali e a volte anche i palinsesti di rete. Ecco dunque che lo slittamento del talk show di Floris a favore della puntata speciale di Porta a Porta del 15 settembre, favorendo Raiuno e il suo salotto più istituzionalizzato, ha portato le più gravi idiosincrasie di Viale Mazzini. Innanzitutto la confusione, che ai vertici sembra regnare sovrana, con il dg Mauro Masi a far da mattatore, il presidente Paolo Garimberti che parla di caos ingiustificato ma non si espone, il presidente della Commissione di Vigilanza, il decano Sergio Zavoli, che si dice preoccupato. Tanto rumore per nulla: la sensazione è che le decisioni vengano prese altrove. Poi, il ganglio della programmazione. Lo speciale di Porta a Porta sull’Abruzzo ha costretto al rinvio anche la prima puntata di Tutti pazzi per la tele, la trasmissione in prima serata di Antonella Clerici, personaggio di punta di Raiuno con un pubblico solido e affezionato. Pubblico che non ha premiato l’informazione di Vespa, fermatasi al 13% di share. Proprio i telespettatori rischiano di essere la prossima spina nel fianco della Rai: disorientati dalle scelte confuse di palinsesto e dai comportamenti della dirigenza nei confronti di programmi come Report (ai cui giornalisti sarà probabilmente tolta la copertura legale), potrebbero abbandonare gli sconfortanti lidi del servizio pubblico. Fenomeno già cominciato, a quanto pare. Dopo i primi ‘switch over’ in Lazio e Piemonte, le reti Rai hanno perso mediamente 3 punti di share. Il passaggio al digitale terrestre ha penalizzato soprattutto Raiuno e Raidue (-4%), mentre Raitre ha contenuto i danni (-0,8%), a dimostrazione che una linea editoriale chiara e coerente, se aiutata da programmai ben strutturati (Chi l’ha visto, Che tempo che fa, lo stesso Report), garantisce un buon responso d’ascolti. Vanno ancora valutati, inoltre, gli effetti del mancato rinnovo del contratto con Sky (scaduto a luglio), che ha causato l’esclusione delle tre reti di Stato dal pacchetto satellitare di Rupert Murdoch e comporterà la perdita di altri spettatori. Lo scontro politico ingloba spesso la Rai, facendone campo di battaglia e oggetto di contesa, determinandone scelte e indirizzi. Pare proprio che nessuno si ponga il problema della gestione del network da un punto di vista ‘semplicemente’ televisivo, valutando innanzitutto qualità e appetibilità di programmi e dei personaggi in video. Nel mare mosso del servizio pubblico, rischia di sfuggire un aspetto fondamentale: la televisione del Duemila può aspirare alla sopravvivenza solo rimettendo al centro il prodotto e non più il medium. I contenuti non si identificano (quasi) più con un mezzo preciso, con un supporto, ma viaggiano in maniera (quasi) indipendente, essendo raggiungibili anche al di fuori del loro canale di origine. Su internet, in streaming e download, per esempio. Il pubblico si muove tra i diversi contenitori, sempre meno statico e sempre meno legato al marchio, ma anzi alla ricerca diretta del programma desiderato e riconosciuto come valido. Una tv, dunque, sarà forte se avrà contenuti validi. Prime serate improvvisate smembrando palinsesti (come nel caso Porta a Porta/Ballarò), trasmissioni fiume, prive di ritmo e senza senso d’essere (Miss Italia, la nuova stagione di X Factor in calo d’ascolti) sono una scelta perdente, perché sviliscono un patrimonio come la Rai allontanando telespettatori, autorevolezza e, ça va sans dire, qualità • Stefano Pini
In limbo, l’autunno della Rai

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