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In vent’anni descritte 453 nuove piante italiane

davidclode-grass-nuove piante

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Non è necessario raggiungere una foresta inesplorata per trovare una pianta sconosciuta alla scienza. Può bastare un’isola dell’Arcipelago Toscano, una montagna calabrese o un piccolo tratto dell’Appennino abruzzese. Tra il 2005 e il 2025 in Italia sono state descritte 453 nuove specie e sottospecie oggi accettate, o provvisoriamente accettate, dalla comunità scientifica. Ben 443 sono endemiche: allo stato delle conoscenze, cioè, vivono soltanto nel nostro Paese.

Il dato arriva dallo studio originale “Mapping the advancements in floristic knowledge of Italy (2005–2025)”, pubblicato su Plant Biosystems dal Gruppo di Floristica, Sistematica ed Evoluzione della Società Botanica Italiana. Il lavoro, coordinato da Gianniantonio Domina dell’Università di Palermo, ha esaminato 3.902 pubblicazioni e aggiornato una mappa realizzata vent’anni fa sul livello di conoscenza della flora italiana.

La ricerca richiede però una precisazione: “nuove” non significa sempre incontrate per la prima volta. In alcuni casi si tratta di piante già osservate, ma riconosciute come specie autonome soltanto dopo confronti morfologici, genetici o tassonomici. Nel ventennio sono stati pubblicati 579 nuovi nomi sulla base di esemplari raccolti in Italia; 126 sono stati successivamente ricondotti a specie già note. Restano 453 entità accettate o provvisoriamente accettate, 65 delle quali considerate ancora dubbie.

Abruzzo. Con 74 nuove specie e sottospecie descritte, è la regione che registra il numero più alto di casi. Tra i più interessanti c’è l’adonide del Fucino, Adonis fucensis, riconosciuta come nuova specie nel 2023 attraverso analisi morfologiche e molecolari. Ne è conosciuta una sola popolazione, sul Monte Annamunna, tra la piana di Amplero e quella del Fucino. Al momento dello studio era composta da appena 65 esemplari ed è stata classificata in pericolo critico. Il primato regionale non significa tuttavia che l’Abruzzo sia stato esplorato in ogni sua parte: rimangono poco conosciute alcune zone centro-occidentali e meridionali.

Sicilia. È seconda con 69 nuove entità botaniche. L’isola, grazie alla varietà di ambienti, ai rilievi e all’isolamento geografico, possiede una flora particolarmente ricca di endemismi. È anche una delle regioni più presenti nella letteratura scientifica esaminata. Il numero delle pubblicazioni, tuttavia, non coincide con una conoscenza uniforme del territorio: secondo gli autori, vaste aree della Sicilia centrale restano documentate soltanto in modo generico. Si può quindi avere molta ricerca concentrata su alcuni luoghi e, nello stesso tempo, ampie zone ancora poco indagate.

Toscana. Le nuove specie e sottospecie descritte sono 53. Una delle più recenti è il dente di leone di Montecristo, Leontodon montecristensis, pubblicato nel 2025 e conosciuto esclusivamente sull’isola dalla quale prende il nome. È l’esempio più immediato di come l’isolamento possa favorire lo sviluppo e la conservazione di piante con caratteristiche proprie. Una parte consistente delle novità toscane, però, deriva dalla revisione di gruppi botanici complessi: 17 appartengono al genere Hieracium e sono il risultato soprattutto di nuove valutazioni tassonomiche, non di esplorazioni in territori sconosciuti. Restano inoltre meno studiate alcune aree delle province di Massa-Carrara, Pistoia, Firenze e Siena.

Sardegna. Con 51 nuove entità descritte, si colloca subito dopo la Toscana. È la regione alla quale è dedicato il maggior numero di riferimenti tra quelli analizzati, 916, e disponeva già nel 2005 di un livello di conoscenza relativamente elevato. Anche qui l’insularità ha favorito la presenza di piante con una distribuzione molto limitata. Le ricerche degli ultimi vent’anni hanno aggiunto informazioni, ma il progresso risulta meno appariscente proprio perché il punto di partenza era già avanzato.

Calabria. Le nuove specie e sottospecie sono 27. Tra queste figura il lino di Katia, Linum katiae, descritto nel 2011 e noto soltanto sul Monte Manfriana, nel massiccio del Pollino. La sua distribuzione estremamente circoscritta mostra perché conoscere con precisione la posizione delle popolazioni sia indispensabile: una frana, un incendio o la trasformazione di una piccola area possono mettere in pericolo un’intera specie. Nonostante le scoperte, la Calabria centrale conserva territori classificati fra quelli meno conosciuti dal punto di vista floristico.

Friuli-Venezia Giulia, Piemonte, Veneto e Marche. Il Friuli-Venezia Giulia e il Piemonte contano 21 nuove entità ciascuno, le Marche 19 e il Veneto 18. Nel Nord-Est la conoscenza è cresciuta grazie ad atlanti regionali, censimenti sul campo e studi condotti anche negli ambienti urbani e agricoli. In Veneto, escludendo riclassificazioni e cambiamenti di nome, 14 piante nuove per la scienza hanno la loro località di riferimento soprattutto in zone collinari o montane.

Emilia-Romagna, Lombardia e Trentino-Alto Adige. Non sono le regioni con il maggior numero di nuove specie, ma sono quelle nelle quali la mappatura ha compiuto alcuni dei progressi più consistenti. In Emilia-Romagna la quota di territorio considerata ben conosciuta è passata dal 26,5% del 2005 all’82% del 2025. In Trentino-Alto Adige le segnalazioni archiviate sono salite da 897 mila a oltre 2,1 milioni. È il risultato di programmi di rilevamento continuativi, banche dati e collaborazioni tra università, musei e botanici locali.

Basilicata, Campania, Molise e Puglia. In una parte del Mezzogiorno la mappa conserva invece numerosi spazi vuoti. Aree quasi sconosciute rimangono in Campania, Puglia, Basilicata e Calabria; altre sono documentate soltanto in termini generali. Non significa necessariamente che ospitino meno biodiversità, ma che sono state esplorate e raccontate in misura minore. Proprio qui potrebbero quindi concentrarsi le prossime ricerche.

Lo studio restituisce così due Italie botaniche: un Centro-Nord nel quale censimenti e atlanti hanno migliorato rapidamente le conoscenze e un Mezzogiorno dove l’esplorazione procede più lentamente. Conoscere la posizione esatta di una pianta non è però un puro esercizio di classificazione. Serve a valutare il rischio di estinzione, gestire parchi e aree protette e intervenire prima che una specie presente in pochi metri quadrati scompaia senza essere stata neppure riconosciuta.

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