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La cultura italiana vale 115,8 miliardi. A trainarla software e videogiochi

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Non sono soltanto musei, teatri, cinema e libri. Oggi il capitolo più pesante dell’economia culturale italiana è quello di software e videogiochi. È una delle indicazioni meno scontate della sedicesima edizione di “Io sono Cultura”, il rapporto promosso da Fondazione Symbola, Unioncamere, Deloitte e Centro Studi Tagliacarne.

Nel 2025 il Sistema produttivo culturale e creativo ha generato 115,8 miliardi di euro di valore aggiunto, il 5,7% del totale nazionale, e dato lavoro a quasi 1,54 milioni di persone, ancora il 5,7% dell’occupazione complessiva nel nostro Paese. In un anno il valore prodotto è aumentato del 3,3%, contro il 2,3% dell’intera economia; gli addetti sono cresciuti dell’1,7%, contro l’1,1%. Dal 2021 la filiera segna un più 25,3%, contro il 22,5% del Paese. Sono però variazioni a prezzi correnti: con un’inflazione cumulata vicina al 18%, non equivalgono a una crescita reale della stessa entità.

Per capire queste cifre bisogna osservare che cosa entra nel perimetro. Per questo il rapporto distingue un “Core Cultura”, che vale 66,8 miliardi e comprende sette ambiti — dall’editoria al patrimonio storico, dall’audiovisivo al design — e quasi 49 miliardi di “Embedded Creatives”: professionisti creativi impiegati in altri settori, dalla manifattura ai servizi. Quasi il 42% del valore stimato nasce dunque fuori dalle industrie strettamente culturali e la creatività viene misurata anche come competenza incorporata nel resto del sistema produttivo.

Nel perimetro “Core” il primato spetta a software e videogiochi: 18,6 miliardi, il 27,8% del valore aggiunto. Seguono editoria e stampa con 11,5 miliardi e architettura e design con 11,2. Nel 2025 proprio architettura e design registrano l’incremento maggiore, più 5,9%, davanti al più 5,8% del software; il patrimonio storico e artistico arretra invece del 2,4%. C’è anche una divergenza da osservare: mentre la produzione del comparto digitale accelera, i suoi occupati diminuiscono dello 0,6%. Il rapporto indica tra le possibili spiegazioni l’aumento di produttività favorito dalle nuove tecnologie e dall’intelligenza artificiale. La crescita, quindi, non si traduce automaticamente in nuovi posti di lavoro.

La forza economica della cultura emerge soprattutto oltre i suoi confini. Secondo il modello dello studio, ogni euro prodotto direttamente ne attiva altri 1,73 nel resto dell’economia. Ai 115,8 miliardi iniziali se ne aggiungono così 193,7, per un impatto stimato in 309,5 miliardi, il 15,4% del valore aggiunto nazionale. Non è produzione diretta: la quota comprende gli effetti indiretti e indotti, dal turismo ai trasporti e alla ristorazione. I viaggiatori con spesa culturale rappresentano infatti il 42,8% delle presenze, ma il 53,2% della spesa turistica complessiva, pari a 57,9 miliardi.

La filiera ha però anche un suo dark side, che si chiama frammentazione. Le imprese del “Core Cultura” sono 292.279 e nel 96,2% dei casi hanno meno di dieci addetti. È un tessuto diffuso e vitale, ma la dimensione ridotta può limitare investimenti, innovazione e capacità di resistere alle crisi. Anche il profilo del lavoro presenta un contrasto. Gli occupati sono mediamente più giovani e molto più istruiti rispetto al resto dell’economia: il 52,6% possiede una laurea o un titolo post-laurea, contro il 25,9% nazionale. Allo stesso tempo, il 35,4% lavora in forma autonoma, rispetto al 21,5% della media italiana; nel solo “Core” la quota arriva al 48,2%. La fragilità non deriva dunque soprattutto dai contratti a termine, meno diffusi della media, ma dal peso di attività autonome e discontinue. Nelle arti performative e visive il 10,3% degli occupati esprime un giudizio negativo sulla stabilità del proprio lavoro.

La mappa territoriale completa il quadro. La Lombardia è prima per dimensione assoluta, con 33,2 miliardi di valore aggiunto, mentre il Lazio guida per incidenza sull’economia regionale, con l’8,1%. Milano arriva al 10,1% del valore prodotto nella provincia, seguita da Roma al 9% e Torino all’8,4%. Nel Mezzogiorno la filiera vale 17 miliardi e pesa appena il 3,7% sull’economia dell’area, nonostante la concentrazione di patrimonio culturale. Dal 2021 il Sud è cresciuto più delle altre ripartizioni, del 30,9%, ma il rapporto invita a considerare l’effetto di una base di partenza più bassa: il divario nei livelli resta ampio.

La fotografia che esce da “Io sono Cultura 2026” è meno lineare di una semplice storia di successo. La cultura cresce, attiva domanda e rende più competitivi anche altri settori, ma il motore si è spostato verso il digitale, dove la produttività può aumentare senza nuova occupazione. Molto lavoro resta autonomo e il valore si concentra nei territori più forti. La sfida non è più dimostrare che la cultura sia economia, ma trasformare la ricchezza generata in imprese più solide, lavoro di qualità e opportunità meglio distribuite.

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