Site icon Telepress

La protesta degli agricoltori italiani sul codice doganale

coldiretti_al_brennero

coldiretti_al_brennero

Diecimila agricoltori hanno raggiunto nei giorni scorsi il valico del Brennero per una mobilitazione che ha puntato dritto al cuore delle norme europee sul commercio agroalimentare. Al centro della protesta c’è una questione tecnica, quella dell’“ultima trasformazione sostanziale” prevista dall’attuale codice doganale, che secondo Coldiretti sottrae valore alla produzione primaria italiana e altera la percezione dell’origine dei prodotti. L’impatto economico, stimato dall’organizzazione, è di almeno 20 miliardi di euro l’anno che potrebbero restare agli agricoltori (e da essi reinvestiti) se il meccanismo venisse rivisto.

La manifestazione è arrivata in un momento già segnato da forti tensioni sui costi di produzione: il conflitto in Iran ha fatto impennare i prezzi di energia, carburanti e fertilizzanti, rendendo più difficile anche l’approvvigionamento delle materie prime. Tale contesto rischia di comprimere ulteriormente i margini delle aziende agricole e, allo stesso tempo, di spingere verso un maggiore utilizzo di prodotti industriali e ultra-trasformati nella filiera alimentare.

Sul piano economico, il settore agroalimentare italiano resta una colonna portante: vale complessivamente 707 miliardi di euro e garantisce circa 4 milioni di posti di lavoro. Proprio questa filiera, secondo Coldiretti, è esposta a distorsioni che incidono sulla concorrenza e sul reddito agricolo, a partire dalle regole che consentono di attribuire origine italiana a prodotti realizzati con materie prime straniere semplicemente perché trasformati nel nostro Paese.

I numeri del fenomeno raccontano una dipendenza crescente dall’estero. Ogni anno arrivano in Italia circa 150mila tonnellate di cagliate, semilavorati utilizzati per produrre mozzarelle e altri formaggi a pasta filata: il 90% passa proprio dal Brennero. Dal valico transita inoltre tra il 75% e l’80% del latte liquido importato, pari a circa 1,1 milioni di tonnellate, destinato all’industria lattiero-casearia. A questi si aggiungono 560mila tonnellate di cosce di maiale, base per prosciutti che possono essere poi commercializzati come italiani.

Il quadro si allarga ad altre materie prime strategiche. Dai porti entrano quasi 6 milioni di tonnellate di grano tenero utilizzato per pane e biscotti e 2,9 milioni di tonnellate di grano duro destinato alla pasta. Le importazioni riguardano anche 1,91 milioni di tonnellate di patate tra fresche e lavorate, 615mila tonnellate di olio d’oliva, 256mila tonnellate di derivati del pomodoro e 67mila tonnellate di calamari. Un flusso continuo che alimenta l’industria alimentare e che, in assenza di indicazioni chiare in etichetta, può confondere il consumatore finale.

Il nodo, secondo gli agricoltori, è duplice. Da un lato la normativa europea consente di “cambiare” l’origine di un prodotto attraverso la trasformazione finale, dall’altro non esiste ancora un obbligo generalizzato di indicare la provenienza delle materie prime su tutti gli alimenti. Una parte rilevante della spesa resta infatti priva di informazioni dettagliate: pane, biscotti, prodotti trasformati, surgelati, piatti pronti e molte preparazioni industriali non riportano l’origine degli ingredienti.

Per rendere visibile il problema, al Brennero è stato allestito anche un percorso dimostrativo: esempi concreti di “italianizzazione” ottenuta con lavorazioni minime. Dalle carni straniere trasformate in prodotti pronti etichettati come italiani, alle cagliate estere diventate mozzarella, fino al grano importato utilizzato per produrre pasta simbolo della dieta mediterranea. Un meccanismo che, secondo Coldiretti, altera la trasparenza del mercato e incide sulla capacità dei consumatori di scegliere consapevolmente.

La richiesta arrivata dalla mobilitazione è chiara: rivedere il codice doganale europeo e introdurre l’obbligo di indicare l’origine delle materie prime su tutti i prodotti alimentari. Un intervento che, nelle intenzioni degli agricoltori, dovrebbe ristabilire condizioni di concorrenza più eque lungo la filiera e restituire valore alla produzione nazionale, in un contesto internazionale sempre più instabile e competitivo.

Exit mobile version