di Giorgio Bellocci Succede in genere verso le 23: fedele a un copione fatto anche di precisi rituali (su tutti la “copertina” di Crozza e i sondaggi di Nando Pagnoncelli) è quello il momento della doccia di depressione che Ballarò irrora tra i suoi numerosi telespettatori (Raitre, martedì, ore 21.05). E’ dal 2002, anno di nascita del talk, che la fascia in oggetto è occupata da riflessioni, supportate da immagini, sulla fatica di vivere in Italia che interessa un’ampia percentuale di popolazione. Ecco le bollette troppo care, l’indebitamento con carte di credito, il calvario della casa (sempre più bene voluttuoso e non diritto acquisito dell’essere umano) per chi non riesce a pagare un mutuo o un affitto poco in linea con la crisi economica, ecc. Le telecamere del programma ci trascinano dentro ad appartamenti microscopici dove la grande dignità degli intervistati non riesce a lenire la rabbia di chi si indigna di fronte alle disparità sociali. Ballarò è uno dei programmi meglio realizzati della tv italiana, ma dopo otto anni sarebbe auspicabile un ulteriore salto di qualità per essere considerato un must del servizio pubblico televisivo. Se decidi di illustrare l’Italia più sfortunata e hai la possibilità di sviluppare un talk devi portare in studio i principali responsabili delle disparità sociali che denunci. I veri poteri forti delle banche e del business immobiliare per esempio. Costringerli a dare le dovute spiegazioni e ipotizzare soluzioni. Se invece demandi il tutto ai soli politici rischi di scivolare verso la demagogia. Per di più mandando a letto lo spettatore con un opprimente carico di angoscia.
La “quarta settimana” di Ballarò

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