Site icon Telepress

Le nuove emigranti italiane: donne, lavoro e figli lontano dall’Italia

Crescere Expat - emigrazione femminile

Crescere Expat - emigrazione femminile

Sempre più spesso a lasciare l’Italia sono le donne. Non solo per seguire un partner o ricongiungersi alla famiglia, ma per autonomi progetti di lavoro, studio e vita. E quando partono, spesso mettono su famiglia altrove. Negli ultimi venticinque anni l’emigrazione italiana è cambiata profondamente anche dal punto di vista di genere. Le donne rappresentano ormai quasi la metà dei flussi in uscita dal Paese, ma questa trasformazione resta sorprendentemente poco studiata e quasi assente dal dibattito pubblico. A evidenziarlo è una ricerca del demografo Corrado Bonifazi.

Già nel 2006 la quota femminile tra gli italiani che si cancellano dall’anagrafe per trasferirsi all’estero aveva raggiunto il 44%. Dopo una lieve flessione negli anni successivi, la percentuale ha ripreso a crescere con regolarità dal 2011 e nel 2024 è arrivata al 46,2% del totale. In molte destinazioni europee la presenza femminile sfiora ormai la parità: il 49,2% degli italiani che si trasferiscono in Francia e Spagna sono donne, quasi il 48% nel Regno Unito.

Tra i laureati che emigrano la quota rosa è ancora più alta, visto che nel 2024 le donne rappresentano il 50,5% del totale: un segnale di come l’emigrazione qualificata italiana sia sempre più femminile. A differenza del passato, quando la migrazione femminile era spesso legata al ricongiungimento familiare, oggi molte donne partono in autonomia, attratte da mercati del lavoro con minori disuguaglianze di genere e salari mediamente più alti.

Questo cambiamento ha effetti anche sulle famiglie. Negli ultimi vent’anni oltre 1 milione e 700mila italiani si sono iscritti all’Aire, l’anagrafe dei residenti all’estero, mentre i rientri sono stati circa la metà. Solo nel 2024 sono partite 123mila persone, tra cui 15mila minorenni. E almeno 25mila bambini italiani nascono ogni anno all’estero, spesso figli di genitori emigrati di recente.

Che cosa significhi crescere figli lontano dall’Italia lo racconta il libro “Crescere expat. Famiglie italiane in giro per il mondo” (Tau editrice), della giornalista Eleonora Voltolina. Il volume raccoglie oltre trenta storie di genitori italiani sparsi per il mondo: Erika, che ha lasciato Torino per l’Australia; Francesco, che vive a Londra con la compagna greca e un figlio di quattro anni già trilingue; Giulia, partita dall’Emilia-Romagna e diventata madre prima in Danimarca e poi in Portogallo, sperimentando due modelli molto diversi di maternità e welfare.

Le storie si intrecciano a una ricerca condotta su oltre 1.200 genitori italiani all’estero con il supporto della Fondazione Migrantes. Ne emerge un mosaico di famiglie molto diverse tra loro – tradizionali, ricomposte, monogenitoriali o arcobaleno – distribuite tra Paesi vicini e continenti lontani. Tra i temi più ricorrenti ci sono l’integrazione, l’educazione bilingue dei figli, il confronto tra sistemi scolastici e il sostegno pubblico alla genitorialità. Emerge anche un aspetto meno discusso: la distanza dai nonni e l’impatto che l’emigrazione ha sui legami familiari.

In un’Italia segnata dall’inverno demografico, con le nascite in continuo calo, l’esperienza delle famiglie expat apre anche una domanda più ampia: se all’estero sia più facile mettere su famiglia rispetto all’Italia. Una domanda che abbiamo rivolto alla stessa Eleonora Voltolina.
La risposta arriva direttamente dagli oltre 1250 genitori all’estero che hanno partecipato alla ricerca: ben tre quarti rispondono senza esitazione che sì, creare – e crescere – una famiglia all’estero è più facile, sia per motivi pratici che per motivi “culturali”. All’estero mediamente si fanno figli prima, se ne fanno di più. Quasi un quarto dei partecipanti alla ricerca partiti dall’Italia quando erano già genitori dice infatti che che se si fosse trasferito prima all’estero, avrebbe fatto (o cominciato a provare a fare) figli prima. Interessante intrecciare questi dati con quelli raccolti su un confronto Italia-estero rispetto all’ambiente più o meno “favorevole” alla formazione delle famiglie. Oltre un quarto dei genitori expat (27,5%) è convinto, pragmaticamente, che in realtà le condizioni ottimali non ci siano da nessuna parte. Ma la quota di chi ritiene che non sia affatto più difficile fare figli in Italia, e che anzi le condizioni sociali e culturali siano “ottimali”, è davvero bassissima, sotto il 5%.

Dalla ricerca su oltre 1.200 genitori expat emergono differenze significative tra i vari Paesi. Quali sono gli aspetti del welfare o dell’organizzazione sociale che più colpiscono chi diventa genitore all’estero?
All’estero ci sono più aiuti pubblici messi a disposizione di chi ha figli: come lo sgravio fiscale – uno sconto sulle tasse dovuto al fatto di avere uno o più figi, assegni mensili di sostegno economico per ciascun figlio, indipendentemente dal reddito del nucleo familiare, contributi o rimborsi per spese varie, come attività extra-scolastiche o babysitting, e anche servizi di assistenza e counselling gratuiti o a prezzo calmierato dopo il parto e nei primi mesi (o addirittura anni) di vita dei figli.

Nel libro emerge spesso il tema del costo dei figli e dei sostegni pubblici alla genitorialità. In cosa l’Italia appare più fragile rispetto ad altri Paesi europei?
Ne cito due: il congedo di paternità e la scuola. Il congedo di paternità italiano è sonoramente boc- ciato dalla comunità di genitori all’estero: oltre tre quarti dei partecipanti (76%) considerano che andare in paternità nel Paese dove vivono sia meglio rispetto ad andarci in Italia. Perché all’estero il congedo è generalmente molto più lungo, e in alcuni Paesi, come la Spagna, addirittura paritario – cioè con lo stesso identico numero di settimane per la madre e per il padre; oppure, come in vari Paesi scandinavi, è modulabile a piacere, cioè alla coppia viene dato un tot numero di settimane e poi sono i genitori a decidere in autonomia chi sta a casa, e spesso si fa fifty-fifty, dandosi il cambio. Questo aiuta tantissimo anche a costruire coppie e famiglie fin dal principio paritarie rispetto alla spartizione delle attività di cura. E poi, come dicevo l’altro esempio è: a chi spettano le spese per i materiali scolastici – libri, quaderni, cancelleria, strumenti? La situazione italiana, in cui tutto è a carico dalle famiglie, non è la norma all’estero: nel 43,5% dei casi è la scuola che si preoccupa di fornire tutto il necessario agli studenti. Io stessa quando mi sono trasferita in Svizzera l’ho sperimentato in prima persona: a mia figlia qui nel Cantone di Vaud la scuola fornisce tutto, tutti i libri, il tablet a scuola, perfino il righello e il compasso! Dalla ricerca invece che c’è poi un 37,5% di casi in cui qualche spesa è a carico delle famiglie, e qualcuna a carico della scuola. Insomma, la situazione italiana in cui le famiglie pagano tutto è largamente minoritaria nel resto del mondo avanzato. Se pensiamo che Federconsumatori stima intorno ai 1.250 euro la spesa annuale media per ogni figlio in Italia, capiamo subito come questo aspetto possa essere importante quando si pensa a fare un figlio, o un figlio in più.

Molti bambini italiani nati all’estero crescono bilingui o addirittura trilingui. Che tipo di identità emerge dalle famiglie che ha incontrato? Si sentono più italiani, più europei o semplicemente “di più luoghi”?
Vivere all’estero diluisce un senso di identità nazionale marcato e monolitico, aprendo a intrecci linguistico-culturali. Oltre la metà dei partecipanti ci ha raccontato che i figli non si sentono solo italiani, ma anche della nazionalità del Paese dove vivono (indipendentemente dal fatto di averne il passaporto): questo dato resta identico considerando sia le famiglie all’estero in cui entrambi i genitori sono italiani, sia quelle in cui uno è straniero. Anche le persone che nella loro vita all’estero si tengono lontane dalle reti di connazionali, preferendo costruirsi una vita “internazionale” nelle relazioni sociali, e quindi rifuggendo le associazioni di italiani all’estero e le attività organizzate per la comunità italiana, quasi sempre quando diventano genitori tornano sui propri passi, e si riavvicinano alla comunità italiana. Per permettere ai figli di costruire relazioni anche con persone italiane, parlare italiano, e così via. Fare figli diventa quindi una sorta di catalizzatore che riporta un po’ di italianità anche in nuclei familiari che prima avevano seguito traiettorie più divergenti.

In un momento in cui l’Italia vive un forte calo delle nascite, cosa possiamo imparare dall’esperienza delle famiglie italiane che vivono all’estero?
Che ci sono mille modi di essere famiglia, e che tutti dovrebbero essere sostenuti e facilitati nella scelta di essere genitori. Fare figli non è un obbligo, non è certamente qualcosa che va “incentivato”; la scelta di non farne va rispettata. Ma i governi, e la società in generale, dovrebbero al contempo sostenere attivamente chi vuole fare un figlio, o un figlio in più, e costruire un ecosistema che sia amico dei genitori e dei bambini dal punto di vista dei servizi, del sostegno economico. E sopratutto ci vogliono politiche che mettano al centro la parità di genere nelle famiglie, a cominciare dalla battaglia per il congedo paritario di maternità e paternità. In Italia, coi nostri 5 mesi per le madri e soli 10 giorni per i padri, la strada è ancora lunga e abbiamo molto da imparare guardando al di là dei confini.

Exit mobile version