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L’ispettore Barnaby e l’odio dentro al totem-Famiglia

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di Giorgio Bellocci Prosegue su La7 l’effetto-Mentana, vale a dire quell’onda di qualità che avvolge la rete da settembre grazie anche ai ritorni di programmi quali “Le invasioni barbariche”, “Niente di personale” e “Exit”. Sabato 9 ottobre è pure partita una nuova serie de “L’ispettore Barnaby”, fiction inglese di culto che non tradisce mai le attese degli amanti del mystery.   Giunto alla sua tredicesima stagione, il telefilm conta sulla carismatica interpretazione di John Nettles nel ruolo di Barnaby e sull’ambientazione scevra da cliché in una campagna inglese ben poco rassicurante. Il telefilm ha occupato per oltre un anno il prime time del sabato di La7 con repliche… delle repliche (!), e dunque non sorprende che l’episodio inedito abbia catalizzato per l’Auditel 960.000 spettatori. “L’ispettore Barnaby” è un prodotto veramente speciale, caratterizzato da sceneggiature vivaci, cariche di humour ma anche  con un profondo senso del drammatico (come i romanzi di Caroline Graham cui le prime due serie si ispirarono). Lo scenario raffigurato porta in primo piano pulsioni come l’invidia, la gelosia, l’avidità, e la frustrazione di vivere in località fin troppo tranquille.   Raramente si è vista una fiction con in circolo una così massiccia dose di odio e disprezzo che i protagonisti dei singoli episodi si rimpallano vicendevolmente. Con l’eccezione, naturalmente, dell’arguto ispettore e dei deuteragonisti del cast come i membri del suo team e la simpatica signora Barnaby. Odio che aleggia soprattutto all’interno del totem-Famiglia, ambito in cui si consumano i più efferati delitti. Anche nell’odierno scenario delle narrazioni fittizie è difficile uscire da uno schema che è vincente fin dai tempi di Shakespeare…  

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