Il Senato italiano ha approvato una profonda riscrittura della legge sulla fauna selvatica, spostando l’equilibrio di un impianto trentennale dalla logica della conservazione a quella della gestione venatoria attiva. Il testo passa ora alla Camera dei Deputati, dove attende una seconda lettura prima di poter diventare legge. Quando la legge del 1992 fu varata, l’Italia contava tra 1,4 e 1,5 milioni di cacciatori; oggi la cifra è scesa sotto i 500.000. La riforma amplia le possibilità venatorie per una platea che si è ridotta di due terzi.
Nella legge entra la parola “gestione”, collocata prima della “protezione” della fauna selvatica. Il testo qualifica la caccia come attività che concorre alla tutela della biodiversità e dell’ecosistema, e inserisce le “tradizioni” tra gli interessi riconosciuti. L’effetto attribuisce al cacciatore un nuovo ruolo istituzionale di regolatore delle popolazioni selvatiche. I promotori descrivono il cambiamento come la modernizzazione necessaria di un impianto superato. Gli oppositori leggono le stesse parole come una licenza di caccia con pochi limiti.
La questione scientifica
Il passaggio tecnico più rilevante riguarda l’istituto nazionale di ricerca ambientale, l’ISPRA, l’organo che oggi emette pareri scientifici vincolanti in materia faunistica. Con la riforma quel parere diventa solo consultivo. Viene affiancato da un nuovo comitato tecnico nel quale siedono anche rappresentanti di cacciatori e agricoltori. Le Regioni potranno discostarsi da tali pareri, a condizione di motivare la scelta sulla base di fonti scientifiche indicate dalla Commissione europea. Lo spostamento porta dunque il baricentro decisionale da un’autorità scientifica indipendente verso i governi regionali, consigliati da portatori di interessi direttamente coinvolti e dunque il veto scientifico lascia il posto alla discrezionalità politica.
Aree più ampie, stagioni più lunghe, nuovi metodi
Il provvedimento estende il perimetro della caccia su più fronti. Cade il tetto nazionale rigido sui primi dieci giorni di febbraio; le Regioni potranno posticipare i termini di chiusura per alcune specie. Il demanio forestale statale e regionale entra nella programmazione venatoria. Sui valichi montani che si trovano lungo le rotte migratorie il divieto generale decade e la protezione speciale sarà regolata per decreto. La caccia agli ungulati e al cinghiale diventano praticabili su terreno innevato, condizioni prima escluse per proteggere gli animali nel loro momento di maggiore vulnerabilità.
Sul fronte degli strumenti, vengono ammessi dispositivi ottici e optoelettronici per la caccia agli ungulati. L’elenco delle specie di uccelli utilizzabili come richiami vivi viene ampliato in misura considerevole, punto che ha attirato particolare attenzione a Bruxelles per via della Direttiva Uccelli. Viene abolito l’obbligo di scegliere un’unica forma di caccia, consentendo a ogni titolare di licenza di praticarle tutte.
Le aziende venatorie, il turismo per cacciare e il lupo
Tra le aperture più significative, le aziende faunistico-venatorie potranno costituirsi come imprese a scopo di lucro, superando il precedente vincolo del non profit, con concessioni decennali rinnovabili. Le licenze venatorie rilasciate da altri Stati dell’Unione europea o dello Spazio economico europeo vengono riconosciute come equivalenti a quella italiana, aprendo il Paese al turismo venatorio, un aspetto che potrebbe incidere in modo rilevante su molteplici aspetti ecologici e di convivenza.
Sul fronte delle specie, il testo recepisce il declassamento del lupo da specie strettamente protetta a protetta, in linea con la recente revisione della Convenzione di Berna e con la modifica mirata della Direttiva Habitat dell’UE. Il Parlamento europeo ha approvato quella modifica l’8 maggio 2025 dopo che il Consiglio aveva adottato lo stesso testo il 16 aprile. Buona parte della comunità scientifica contesta la scelta, definendola una decisione politica priva di solide basi. Il lupo non diventa specie cacciabile, ma gli abbattimenti diventano possibili nell’ambito di piani di contenimento. Lo stambecco, inizialmente incluso, è stato escluso dopo le obiezioni degli scienziati.
Controlli, sanzioni e vigilanza
Le Regioni potranno effettuare misure di controllo della fauna anche in aree protette e urbane, nei giorni altrimenti chiusi alla caccia. Una nuova sanzione, da 150 a 900 euro, colpisce chi ostacola o rallenta le operazioni di controllo. Un emendamento dell’ultima ora ha reso facoltativa, anziché automatica, la sospensione della licenza dopo una condanna penale definitiva.
Le reazioni e il rischio europeo
Il mondo venatorio organizzato, riunito in un’unica cabina di regia, presenta la riforma come un aggiornamento necessario che non sottrae nulla alle tutele esistenti. Sul fronte opposto, le principali organizzazioni ambientaliste e animaliste del Paese, tra cui WWF, Legambiente e LAV, denunciano il testo come una liberalizzazione per una lobby vicino a al governo.
La Commissione europea ha avvertito informalmente che l’Italia rischia una procedura d’infrazione per violazione delle direttive Habitat e Uccelli, e il presidente del Comitato permanente della Convenzione di Berna ha inviato una richiesta formale di chiarimenti al ministero dell’Ambiente italiano.

