Di Giorgio Bellocci E’ un lavoro sporco ma qualcuno deve sollevare il quesito: come può Terence Hill recitare, nel ruolo di protagonista, in “Don Matteo”?! Lo vedi assente, mono-espressivo, l’ombra del professionista che tutto sommato si ritagliò uno spazio importante negli spaghetti-western degli anni 70 prima di dar vita alla celebre saga con Bud Spencer ( Altrimenti ci arrabbiamo e sequel vari). Sulla serie prodotta dalla Lux Vide di Luca Bernabei c’è poco da dire: l’enorme successo di pubblico (dopo ben sette stagioni, l’ultima delle quali conclusasi la scorsa settimana) giustifica ampiamente la messa in onda di un prodotto che nasce senza ambizioni particolari se non quella di intrattenere il vasto pubblico generalista di Raiuno. Certo, la serie è nata all’inizio del 2000 quando in tv straripava la figura del sacerdote (e non alludo ai programmi a sfondo religioso). I Don Mazzi, i Don Spartà, i Don Sguotti, lo stesso scomparso Don Benzi, ecc. Certo, mi è capitato di sentire su Radio Radicale commenti feroci, anche condivisibili, su come Don Matteo abbia rappresentato la summa di costoro nel mondo della fiction e un piccolo simbolo dell’invadenza del Vaticano nella società civile: l’eroico Don che indaga, che ogni tanto gigioneggia timidamente con i co-protagonisti e che infine ipnotizza il malcapitato assassino di turno con un pippone intriso di misticismo salvifico! La stessa identica ricetta per tutte le serie. Ma anche al netto di tutto ciò, suvvia c’è di peggio in tv. E se il prodotto raccoglie tanti fans non può essere messo in discussione, fosse solo per il rispetto verso costoro. Rimane il mistero Terence Hill. Ma forse è una scelta autoriale degli sceneggiatori, decisi a inserire nel racconto un elemento fortemente spiazzante! Puoi infatti provare a creare il subplot leggero e umoristico con i personaggi di Nino Frassica e dei suoi stralunati carabinieri… puoi creare trame rosa con le belle Pamela Saino e Ilaria Spada… ma lo spettacolo è lui, il Don che sembra passare per caso da quelle parti tale è il mood surreale dei suoi commenti, del suo interagire con gli altri, lo sguardo sempre perso nel vuoto. Nel magnifico Anything Else Woody Allen crea un personaggio, da lui interpretato, che ha atteggiamenti bizzarri e che in conclusione sembra essere solo una proiezione del giovane protagonista senza nessun collegamento con la realtà. Ecco, secondo me gli autori di Don Matteo avevano in mente una cosa del genere quando hanno conferito a Terence Hill l’abito talare (che per altro, bisogna ammetterlo, sembra disegnato da uno stilista trendy…).
Lo sguardo salvifico (ma assente) di Don Matteo

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