È quanto dimostra lo studio pubblicato su Nature Medicine, coordinato da Nicholas Ashton dell’Università di Göteborg (Svezia), con il contributo italiano del dott. Daniele Altomare, ricercatore dell’Irccs San Giovanni di Dio Fatebenefratelli di Brescia e dell’Università di Brescia.
La tecnica, sviluppata nel progetto DROP-AD, rileva dal sangue biomarcatori chiave come p-tau217, GFAP e NfL, considerati la “firma molecolare” dell’Alzheimer.
Testata su 337 partecipanti da 7 centri (di cui 304 con campioni accoppiati), questa tecnica ha mostrato un’accuratezza dell’86% nel predire alterazioni nel liquido cerebrospinale, con forti correlazioni (rS=0,74 per p-tau217) rispetto ai prelievi venosi standard.
I livelli di p-tau217 aumentano progressivamente con la gravità della malattia, e il metodo si è rivelato efficace anche in popolazioni ad alto rischio come i soggetti con sindrome di Down, distinguendo demenza da asintomatici.
Rispetto alle diagnosi tradizionali (scintigrafia cerebrale o puntura lombare), questo approccio è minimamente invasivo, low-cost e scalabile: non richiede venipuntura né personale medico specializzato, aprendo prospettive per ricerca su larga scala e uso clinico.

