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Out of Place: l’arte che nasce nei campi profughi arriva a Milano

Nonostante la difficoltà della vita nei campi profughi l’arte è ancora possibile e gli artisti continuano a fare gli artisti. É questa la buona novella che la mostra “Out of Place. Arte e storie dai campi rifugiati nel mondo” vuole celebrare attraverso i numerosissimi artisti che vi partecipano da tutto il mondo. Centrale è il commento della registra pluripremiata Aminah Rwimo,  proveniente dal campo di Kakuma (Kenya): “Volevo dare l’esempio e dire ai miei compagni sopravvissuti che qualunque cosa ci sia accaduta, fa parte sì della nostra vita. Ma non ne costituisce la fine.”

Dal 17 giugno a Milano lsarà possibile visitare l’esposizione. La sede è la Fondazione Luigi Rovati. Il progetto è di Fondazione Imago Mundi. Il patrocinio è dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR).

La ricerca si è svolta tra il 2022 e il 2024 in diciotto fra i più grandi campi profughi del pianeta. La mostra espone 284 opere nel formato 10×12 cm. Le firmano 264 artisti che vivono o hanno vissuto in questi insediamenti. Accanto alle opere il percorso propone fotografie, video e installazioni. La curano Claudio Scorretti, Irina Ungureanu e Aman Mojadidi.

La mappa è globale. Si parte da Kutupalong, in Bangladesh. Si prosegue con i campi keniani di Dadaab e Kakuma, con Nakivale e Bidibidi in Uganda, Dzaleka in Malawi, Nyabiheke in Rwanda, Smara in Algeria. In Medio Oriente la rotta tocca Za’atari. È il più esteso campo per siriani. Seguono cinque campi palestinesi in Giordania. Una sezione riunisce quaranta artisti afghani usciti dal Paese dopo il ritorno dei talebani nell’agosto 2021. Altri lavori seguono le rotte ucraine, mediterranee e latinoamericane, fino alla frontiera tra Messico e Stati Uniti.

“Esuli, migranti, rifugiati e apolidi, sradicati dalle proprie terre, sono costretti a fare i conti con un nuovo paesaggio – affermava Edward Said, critico e scrittore, in Nel segno dell’esilio – e la creatività, come del resto la profonda infelicità che si attribuisce al modo di fare di tali soggetti fuori posto, costituisce di per sé una delle esperienze che devono ancora trovare una loro narrazione”. Prendendo a prestito la definizione dei rifugiati proposta da Said – out of place – l’obiettivo della mostra è quello di offrire loro uno spazio di espressione, artistica e narrativa, e presentarli in primo luogo come artisti, considerando l’attuale o passato status di rifugiati come accidentale nella loro biografia.

All’interno del percorso espositivo, alle opere 10x12cm si aggiungono tre installazioni realizzate specificatamente per questa mostra da artisti presenti in collezione: Rushdi Anwar, artista curdo, presenta il lavoro Reframe “Home” with Patterns of Displacement, in cui frammenti di tappeti sono posti gli uni accanto agli altri, generando così spazi vuoti e irregolarità nei disegni che rimandano alla precarietà della vita dei rifugiati; Laila Ajjawi, street artist palestinese, ha prodotto un intervento artistico su tela che richiama i murales che normalmente dipinge nei campi per rifugiati; il fotografo Mohamed Keita, originario della Costa d’Avorio e giunto a Roma a 14 anni nel 2007, ha realizzato infine una serie di ritratti corredati dalle interviste del giornalista Luca Attanasio, dal titolo “Il Labirinto“.

L’ultima sezione guarda all’Italia. Racconta cosa significa essere rifugiato nel Paese. La mostra registra anche un cambio di paradigma. Nel 2023 il Kenya ha annunciato l’integrazione dei campi di Dadaab e Kakuma con le comunità locali. I campi non sono più isole temporanee. Diventano città accidentali destinate a durare.

 

 

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