Gli stipendi italiani restano sotto la media europea e il divario con le principali economie del Vecchio Continente resta ampio anche quando si tiene conto del diverso costo della vita. È quanto emerge dalle più recenti elaborazioni sui dati Eurostat relative alle retribuzioni dei lavoratori dipendenti a tempo pieno. Nel 2024 la retribuzione annua lorda media nell’Unione europea ha raggiunto i 39.800 euro, mentre in Italia si è fermata a poco più di 33 mila euro: circa 6.700 euro in meno rispetto alla media dei Ventisette. Il dato colloca il Paese nella parte bassa della graduatoria dell’Europa occidentale e a distanza significativa dalle principali economie dell’area.
La Germania supera i 50 mila euro di retribuzione media annua, mentre la Francia si colloca oltre i 43 mila euro. Ancora più elevati risultano i livelli registrati nei Paesi del Nord Europa. In cima alla classifica figura il Lussemburgo con circa 83 mila euro annui, seguito dalla Danimarca con oltre 71 mila euro e dall’Irlanda con più di 61 mila euro.
Il confronto tra i soli valori nominali, tuttavia, non restituisce un quadro completo. Per questo Eurostat utilizza anche gli standard di potere d’acquisto, un indicatore che corregge le retribuzioni in base ai diversi livelli dei prezzi nei singoli Paesi. L’obiettivo è misurare la quantità effettiva di beni e servizi che un salario consente di acquistare. La correzione riduce parzialmente le differenze tra gli Stati membri, ma non modifica la posizione relativa dell’Italia. Anche considerando il costo della vita, le retribuzioni italiane restano inferiori a quelle di Germania e Francia. Dunque, il minore livello dei prezzi non è sufficiente a compensare integralmente il divario salariale esistente con le maggiori economie europee.
Un ulteriore elemento riguarda la dinamica delle retribuzioni. Nel 2024 i salari medi nell’Unione europea sono aumentati del 5,2%, mentre in Italia la crescita si è fermata al 2,6%, circa la metà della media comunitaria. Il dato conferma una tendenza di lungo periodo caratterizzata da incrementi più contenuti rispetto a quelli registrati in molti altri Paesi europei. La questione emerge con ancora maggiore evidenza osservando l’andamento dei salari reali, cioè delle retribuzioni depurate dall’inflazione. Secondo l’Employment Outlook dell’Ocse, all’inizio del 2025 i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 7,5% rispetto ai livelli del 2021, prima della forte accelerazione dei prezzi che ha interessato l’Europa dopo la pandemia e la crisi energetica. Tra le principali economie avanzate, quello italiano rappresenta uno dei risultati più deboli.
Le difficoltà non riguardano soltanto gli ultimi anni. Le serie storiche dell’Ocse mostrano infatti come l’Italia rappresenti un’anomalia nel panorama delle economie industrializzate. Dall’inizio degli anni Novanta le retribuzioni reali hanno registrato una crescita molto contenuta, mentre nello stesso periodo Germania, Francia e Spagna hanno evidenziato incrementi sensibili, così il differenziale accumulato nel tempo continua a riflettersi sui livelli salariali attuali.
Nel confronto europeo, dunque, l’Italia mantiene una posizione inferiore alla media dell’Unione sia in termini nominali, sia in termini di potere d’acquisto: i dati mostrano che la crescita delle retribuzioni procede a un ritmo più lento rispetto a quello registrato nel resto d’Europa e che il recupero del potere d’acquisto perso durante la fase inflazionistica non è ancora completato.

