Nel cuore di Casoretto, uno dei quartieri più vivi di Milano est, una vetrina colorata cattura l’attenzione dei passanti. È Taivè, sartoria sociale: stoffe, borse da giorno e da sera, porta bottiglie, accessori per la casa. Già dalla vetrina si intuisce che questo posto è molto più di un semplice negozio.
Taivè significa “filo” in lingua romanì, e il nome dice già tutto del progetto. Nasce nel 2009 per iniziativa della Caritas Ambrosiana ed come strumento concreto di emancipazione per le donne rom: un modo per uscire dai campi, confrontarsi con la città e costruire un percorso di inclusione attraverso il lavoro sartoriale. Presto diventa chiaro che per alimentare quella possibilità occorre aprire a tutte le nazionalità, altrimenti il rischio è restare chiusi nelle stesse dinamiche. Arrivano così donne dall’Angola, dal Pakistan, dallo Sri Lanka, dall’Egitto.
Nel tempo i percorsi di formazione per stranieri e comunità fragili si moltiplicano, e Taivè impara a trasformarsi per rispondere a bisogni concreti che cambiano. La redazione di Telepress ha incontrato Maria Squillaci, coordinatrice del progetto, che ha raccontato cosa è oggi Taivè.
Come è cambiato Taivè dal 2009 a oggi?
L’innovazione e la concretezza sono rimaste il cuore del progetto. Nel 2020 ci siamo fermati a chiederci se il progetto avesse ancora senso, visto che nel frattempo l’offerta di formazione sartoriale era cresciuta molto.
La risposta è stata sì, ma con una struttura nuova: abbiamo aperto il negozio in piazza San Materno, dove si vendono i manufatti e si fanno riparazioni, e nel gennaio 2025 inaugurato il laboratorio in via Uruguay, 180 metri quadri con macchine industriali. Da allora quattro donne sono assunte a tempo indeterminato, 25 ore settimanali. Accanto a questo restano la formazione, il riuso degli scarti tessili, le donazioni di stoffe e il contributo delle volontarie, che per Caritas sono una parte fondamentale del progetto.
Qual è oggi l’obiettivo principale di Taivè?
L’obiettivo principale resta l’inserimento lavorativo delle donne. Vogliamo offrire percorsi abbastanza lunghi da permettere loro di acquisire competenze professionali reali, spendibili nel mercato della sartoria.
Continuiamo inoltre la cultura sociale, attraverso eventi, relazioni con il quartiere e collaborazioni con altre realtà. La scelta del luogo non è casuale: a Casoretto siamo dentro una rete di negozi di prossimità, dalla merceria al bar, dal gelataio al negozio di biciclette. Qui il cliente è una persona con cui costruire un rapporto.
Anche il laboratorio di via Uruguay nasce dentro una rete sociale. Accanto c’è il Centro Come della cooperativa Farsi Prossimo, che lavora sull’integrazione e sull’apprendimento dell’italiano per stranieri. In passato, con le donne ucraine arrivate durante l’emergenza profughi, la sartoria è stata usata anche come strumento per migliorare la conoscenza della lingua italiana.
Che cosa significa per le donne entrare in un progetto come Taivè?
Le donne che arrivano a Taivè acquisiscono competenze sartoriali, ma anche competenze trasversali: imparano a stare in un contesto di lavoro, a relazionarsi, a riconoscere le proprie capacità. Trovano un ambiente sano, dove non si scontrano subito con pregiudizi, muri o diffidenze. Anche chi entra in contatto con loro — le volontarie, i clienti, le persone del quartiere — impara qualcosa.
Io definisco Taivè “il luogo dei luoghi”: è un luogo di inserimento lavorativo, di economia circolare, di economia civile, ma anche di incontro e di scambio. Se esistessero più micro-realtà di questo tipo avremmo un tessuto sociale più solido e più civile.
Che ruolo hanno il riuso e i prodotti sartoriali nel racconto di Taivè?
Il riuso è una parte molto importante del progetto. A Taivè anche un pezzo di stoffa che sembra insignificante può trovare una nuova funzione. Cerchiamo di contrastare il consumismo esasperato. I prodotti che realizziamo spesso portano con sé una storia, una relazione, un ricordo.
Le borse fatte con le cravatte, per esempio, sono nate da persone che ci portavano le cravatte di un padre o di un marito dicendoci: “È un peccato buttarle, possiamo farne qualcosa?”
Anche il packaging segue questa logica. Usiamo stoffe e la tecnica giapponese del furoshiki, evitando carta e plastica. Il pacco diventa unico e il pezzo di stoffa può essere riutilizzato.
Milano è una città capace di sostenere realtà come Taivè?
La gente comune è molto più accogliente di quanto certa narrazione voglia far credere. L’ho toccato con mano lavorando in quartieri come Corvetto, Quarto Oggiaro, San Leonardo, Lambrate. In questi quartieri ho visto disponibilità, attenzione e desiderio di partecipare.
Sul piano istituzionale qualcosa si muove, c’è attenzione da parte dei media e negli ultimi anni si parla di più di economia civile. Si potrebbe, e si dovrebbe, fare di più, certo, ma i segnali ci sono.

