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TELEFILM, L’OPPIO DEI TELEDIPENDENTI

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Il divano di casa promette di trasformarsi nel lettino dell’analista grazie ­ai nuovi telefilm, sempre più basati sull’immedesimazione tra spettatore e personaggi che, anche quando hanno vite esasperate, non dimenticano i problemi quotidiani… Questa è la suggestiva tesi attorno alla quale è ruotata la quarta edizione del “Telefilm Festival”, recentemente tenutasi a Milano dal 5 al 7 maggio. Tesi che trova conferma anche attraverso la visione di telefilm già in onda in Italia: molti protagonisti delle serie tv ricorrono a cure psicanalitiche, a partire da Tony Soprano, capo gang inflessibile ma fragile e insicuro in famiglia. Anche nella raffigurazione dei due chirurgi estetici del serial cult “Nip/Tuck”, che affondano i loro bisturi nelle cicatrici… dell’anima ancora più che nella carne, sono percebili tracce di psicanalisi, così come nelle traversie di Carrie di “Sex and the city” (nella foto l’attrice Sarah Jessica Parker), nota per le sue difficoltà nel sostenere relazioni durature. E’ plausibile affermare, in definitiva, che i prodotti realizzati negli ultimi anni inducono lo spettatore a mettersi sempre più in discussione attraverso dei processi di identificazione, anche grazie a sceneggiature che di rassicurante hanno ben poco. Non a caso i serial hanno sempre più peso nei palinsesti italiani: dallo scorso settembre a oggi, secondo i dati forniti dagli organizzatori del Festival, hanno occupato il 17% della programmazione, nel 2004-2005 erano al 12%, nel 2000 al 10%… evviva le letture “alte” o suggestive, evviva la cura maniacale nella produzione, ma il dato relativo ai palinsesti italiani è preoccupante, anche facendo la tara sulle fiction americane trasmesse dai canali satellitari. Quelle in onda in questo momento sulle generaliste rappresentano una pattuglia fin troppo folta (ricordiamo solo il super-hit auditel “Lost” di Raidue, quasi quattro milioni di telespettatori in media, e i vari “The O.C.” e “C.S.I.” di Italia Uno). Un segnale di come la televisione rinunci alla creatività e alla sperimentazione puntando sui risultati medi, tutto sommato garantiti, dei telefilm. E a tutela di quest’ultimi possiamo dire che un sovraffollamento non contribuisce a una chiara distinzione su basi qualitative (come invece accadeva negli anni ’70, ’80 e ’90) e al processo di vera fidelizzazione con lo spettatore.

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