Dal 16 gennaio arriva in libreria e negli store digitali Dizionario del Festival di Sanremo – Interpreti, autori, presentatori e conduttori, il nuovo volume di Eddy Anselmi pubblicato da Coniglio Editore / Suan Edizioni. Il libro conta 626 pagine ed è proposto al prezzo di 28 euro. A distanza di diciassette anni dal precedente lavoro sul tema, Anselmi torna a misurarsi con un progetto editoriale particolarmente impegnativo: un dizionario interamente dedicato al Festival della Canzone Italiana, aggiornato fino all’edizione 2025 e pensato come strumento di consultazione e di studio.
Il volume attraversa settantacinque edizioni del Festival di Sanremo, dal 1951 allo scorso anno: un arco temporale che copre oltre sette decenni di storia della musica e della televisione italiana. Al centro dell’opera ci sono 2.828 protagonisti: non solo gli interpreti, ma anche — per la prima volta in modo sistematico — gli autori dei brani in gara, oltre ai conduttori e a numerose figure che hanno avuto un ruolo chiave nella costruzione dell’identità del Festival.
Le voci del dizionario si intrecciano con oltre 2.000 canzoni censite, dati cronologici, percorsi artistici, partecipazioni ricorrenti, assenze, ritorni e snodi che hanno segnato carriere e stagioni della manifestazione. L’impostazione non è esclusivamente enciclopedica: attraverso le schede dedicate ai singoli protagonisti, infatti, il libro propone anche una lettura di Sanremo come fenomeno culturale, osservato nella sua capacità di riflettere trasformazioni musicali, mutamenti del linguaggio televisivo, evoluzioni del costume e del rapporto tra spettacolo e società. Ne emerge un affresco che collega biografie individuali e storia collettiva, mostrando come il Festival abbia accompagnato, anno dopo anno, i cambiamenti di un intero Paese.
«Sanremo non è solo un Festival, ma l’album di famiglia dell’Italia», afferma Eddy Anselmi: «Raccontarne i protagonisti significa raccontare chi siamo stati, chi siamo e chi potremmo diventare». Una dichiarazione che sintetizza l’obiettivo del volume: organizzare un patrimonio umano e artistico che, dal 1951 in avanti, ha contribuito a costruire l’immaginario popolare italiano.
Anselmi, quando nasce la sua passione per il Festival e quando ha capito che sarebbe diventato la sua ragione di vita?
Era il 1977, il 5 marzo. Io facevo la seconda elementare e l’estate prima si era rotta la televisione, proprio pochi giorni prima della cerimonia di apertura delle Olimpiadi di Montréal. Io, nel frattempo, avevo sviluppato una passione molto precisa: disegnare bandiere con i pennarelli, copiandole dagli atlanti. In casa si convinsero che quelle passioni, sommate alla sfortuna televisiva, fossero un segno: era arrivato il momento di comprare una televisione a colori.
Così, quando la Rai passa ufficialmente al colore il 1° febbraio 1977, io sono già pronto. E per caso, poche settimane dopo, arriva anche il Festival di Sanremo. «È una specie di Zecchino d’Oro, ma per grandi», mi spiega mia madre. Mi incuriosisce subito. Il regolamento non è semplicissimo: sei sfide, dodici canzoni che si affrontano a coppie, poi si dimezzano, restano tre semifinali sempre a scontro diretto, e infine i tre vincitori si affrontano nella manche finale. Però mi piace. Mi prende.
Quell’anno, poi, cambiamo casa e mi regalano una radio, proprio nel periodo in cui nascevano le radio private, con i programmi di dediche e richieste. Le canzoni si ascoltano, circolano, diventano compagnia quotidiana. L’anno dopo ho proprio voglia di rivedere il Festival di Sanremo. Anche lo Zecchino d’Oro, a dire il vero… ma quello ormai mi sembra meno interessante.
Passano gli anni e mi accorgo di una cosa: io mi ricordo le canzoni. Mi ricordo i dettagli. A me sembra normale, ma piano piano capisco che gli altri, invece, non li ricordano. Alle medie mi rendo conto che le ragazze sono molto interessate al Festival di Sanremo. E così quell’argomento che per molti compagni di classe era da “nerd”, in realtà aveva un suo pubblico. Certo, il rischio di finire “friendzonato” c’era sempre, ma il Festival tirava. Le canzoni avevano un’epica. Era un ottimo modo per attaccare bottone, un terreno comune di cui parlare, anno dopo anno, tra edizioni più o meno fortunate.
Poi arrivano i diciotto anni, i vent’anni. Quella curiosità diventa una passione. La fidanzatina per cui la canzone del Festival diventa ‘La nostra canzone’. Un santo protettore. Una ricorrenza laica. Nel 1995 inizio una mia trasmissione su una radio locale, comincio a parlare sistematicamente del Festival di Sanremo. Nel 1998 apro un sito: festivaldisanremo.com, che negli anni Zero è stato una delle prime iniziative in rete, poi una delle vetrine principali sul Festival online. Qualche anno dopo propongo al mio editore di allora, la Panini, di realizzare un almanacco del Festival, sul modello di quello del calcio. Doveva uscire ogni anno.
In realtà uscirà una sola volta, nel 2009. Ma intanto ero arrivato in sala stampa a Sanremo. Avevo conosciuto persone. Avevo cominciato a tornare ogni anno. Ero entrato in quel mondo. E, piano piano, da quel mondo non sono più uscito.
Eddy_Anselmi
Negli ultimi anni il festival ha conosciuto una sorta di rinascita, rispetto ad anni in cui era visto come una manifestazione ripetitiva e forse destinata a spegnersi. Che cosa lo ha rivitalizzato?
Era il 2009, appunto. Gli anni Zero erano stati anni difficili per il Festival di Sanremo. Anni di crisi. L’ossessione per gli ascolti, un’alchimia mai trovata con continuità dalla direzione di Rai 1 di allora, e soprattutto una discografia che non riusciva più a ritrovare il proprio modello di business. La musica aveva perso il terreno sotto i piedi alla fine degli anni Novanta. La discografia aveva puntato tutto sul CD, sulla manifattura del prodotto fisico, ma l’arrivo dei primi programmi di streaming online e, soprattutto, dei servizi peer-to-peer aveva cambiato tutto. Un CD vergine costava duemila lire, un euro e cinquanta. Tutti potevamo creare le nostre compilation con le canzoni scaricate da Internet. E la discografia non sapeva come reagire.
Ci sarebbero voluti anni prima di trovare un nuovo equilibrio. Nel frattempo, il Festival soffriva: la televisione cercava una strada, spesso senza convinzione. Sono anni in cui succede un po’ di tutto. Ci sono anni di ascolti bassi, anni in cui Canale 5 sorpassa il Festival; c’è l’edizione vinta da Povia, con un verso del piccione che batte gli altri sette finalisti, e c’è l’edizione in cui vincono Giò Di Tonno e Lola Ponce con una canzone costruita per lanciare un musical che poi non vedrà mai la luce. Sono anni in cui il Festival sembra più un contenitore promozionale che una gara musicale.
Nel 2009 il direttore di Rai 1 arriva a dirlo apertamente: Sanremo è a un bivio. Se va come l’anno precedente, smetterà di essere un evento e diventerà una normale trasmissione televisiva del sabato sera. Eppure qualcosa, lentamente, cambia. Gianmarco Mazzi, allora direttore artistico, riesce anno dopo anno a tenere in piedi il Festival, a impedirne il collasso, a preparare il terreno per un rilancio. Tra il 2013 e il 2014 Sanremo smette di essere una produzione in perdita e prima raggiunge il break even poi inizia a guadagnare. Non smetterà più. Nel 2015 arriva Carlo Conti, che offre al Festival una nuova lettura: moderna, radiofonica, ordinata. Sanremo torna a essere una gara tra tante canzoni.
Il bivio del Festival è nel 2017: Francesco Gabbani vince insieme a un ballerino vestito da Gorilla battendo Fiorella Mannoia: se avesse vinto, un anno dopo gli Stadio, un’altra cantante ultrasessantenne, Sanremo sarebbe diventato un nobilissimo Legacy Award. Ma così non succede, e la Generazione Z italiana, ancora bambina, adotta quello spettacolo, lo fa , si diverte, e anno dopo anno torna a guardarlo, a commentarlo, a viverlo. Nel 2018 Claudio Baglioni raccoglie quella lezione e la porta avanti: musica di qualità, qualche rivoluzione coraggiosa nel regolamento, un’idea di Festival finalmente coerente. Poi arriva Amadeus. Vince Diodato e “Fai rumore” diventa l’inno dell’Italia della pandemia. E un anno dopo arriva il Fantasanremo. Le canzoni tornano a essere trenta. L’ordine delle serate è costruito sulla gara. Il Festival smette di ruotare intorno a comici, promozioni cinematografiche o inserti esterni. Tutto è fondato sulla competizione musicale. E funziona.
I dati d’ascolto tornano a essere quelli che il Festival meritava. Le stime crescono. Sanremo torna centrale. E noi, che lo seguivamo quando era considerato roba da sfigati, ci ritroviamo improvvisamente a seguire qualcosa che è tornato di moda. E, inutile dirlo, ci fa piacere.
Un tema a Lei caro e per il quale si è speso moltissimo è stato il ritorno del vincitore di Sanremo all’Eurovision. Quanto conta la dimensione internazionale per Sanremo?
Già nel primo Almanacco avevo inserito la storia dell’Eurovision accanto a quella di Sanremo. Per me era naturale: esattamente come negli album Panini c’è lo spazio dedicato alla Coppa dei Campioni, anche la “Coppa dei Campioni della canzone” meritava un suo capitolo. Mi piaceva l’idea che l’Eurovision avesse uno spazio riconosciuto proprio in un lungo periodo in cui l’Italia, per paura di vincere, per scelte editoriali discutibili, per provincialismo o semplicemente per incomprensione, aveva deciso di non partecipare. Un’assenza inspiegabile, soprattutto per un Paese che ha una tradizione musicale così forte.
Poi l’Italia è tornata in gara. E dopo qualche edizione di rodaggio, oggi è diventato quasi automatico che il vincitore di Sanremo abbia il diritto di rappresentare il Paese all’Eurovision. E bisogna dirlo: è stata una scelta ottima. Negli ultimi otto anni l’Italia si è sempre piazzata nella Top 10. Il vincitore di Sanremo non ha mai mancato quell’obiettivo. E poi la storica edizione del 2022, organizzata a Torino. Un’edizione riuscita, che ha fatto benissimo – anche se, come sempre, si poteva fare ancora meglio. Ma intanto era nata una tradizione. E ci piace. Tutto questo è stato possibile grazie a un’intuizione precisa: quella di Andrea Fabiano, allora direttore di Rai 1, e di Claudio Fasulo, capostruttura, vicedirettore di Rai1 prima e dell’intrattenimento prime tim ora e al comando della squadra che ogni anno racconta all’Italia l’ Eurovision.
Io posso anche essere stato lungimirante, per carità, ma il vero ritorno dell’Italia all’Eurovision Song Contest è stato soprattutto un grande lavoro di visione editoriale. D’altra parte, siamo un Paese che si è appassionato alla barca vela perché una barca italiana era in gara. Perché mai non avremmo dovuto appassionarci anche a una gara di canzoni tra nazioni? E anche gli stranieri sono tornati a guardare il Festival, per capire quale cantante italiano sarebbe andato all’Eurovision. E, a cascata, molti artisti italiani hanno cominciato ad avere un pubblico anche all’estero. È successo in modo clamoroso con i Måneskin, ma non solo: in tanti, negli ultimi anni, hanno costruito una fanbase internazionale, con un seguito significativo anche fuori dall’Italia.
L’unico anno, nelle ultime dieci edizioni, in cui il rappresentante italiano all’Eurovision non proveniva da Sanremo è stato il 2014: possiamo dire che è stata l’edizione meno seguita del decennio? Per il resto, il legame si è rafforzato ed è diventato strutturale. E secondo me Sanremo dovrebbe guardare ancora di più fuori. Dovrebbe smettere di pensarsi solo come un grande evento nazionale e iniziare a giocare nel campionato dei Grammy, degli Oscar, dei grandi eventi globali. Guardare all’estero, certo, passa anche dall’Eurovision, ma non si esaurisce lì. È una sfida che Sanremo può continuare a raccogliere. Ed è una sfida che, se affrontata fino in fondo, può farlo crescere ancora.

