Acquisizioni, partnership interne ed esterne al medium: internet è il riferimento del mercato globale. Nuovi assetti e contraddizioni della rete Il mondo dei media è sempre più web-centrico. Internet e le sue dinamiche hanno ormai permeato, quando non stravolto, stili e strutture dei mezzi di comunicazione contemporanei. La recessione economica ha accelerato il confronto con il passaggio al digitale dei giornali e della discografia in crisi, che cercano, non senza perplessità, nuovo slancio. Internet è sempre più un inter-medium, un nesso che ristruttura e connette i diversi mezzi di comunicazione tra loro. Allo stesso tempo, il web stesso è in evoluzione e, a quindici anni dalla sua esplosione, vive un importante periodo di passaggio: nascono partnership tra gli agenti principali e, sotto traccia ma non troppo, i pesci grossi progettano annessioni, rendendo la rete sempre più simile a un enorme sistema oligarchico, alla ricerca del profitto (a volte) perduto. Dall’esterno al web. Questa la prima evidente tendenza, oggi. L’esempio dell’editoria giornalistica è esaustivo: i più importanti quotidiani perdono lettori e pubblicità, rischiando di scomparire. Internet diventa così la nuova terra promessa. E’ di questi giorni la notizia delle trattative tra Google, The New York Times e The Washington Post. Le due prestigiose testate vorrebbero stipulare un accordo con il servizio News del motore di ricerca, che regoli la distribuzione dei profitti delle pagine web di Google che indicizzano e sfruttano gli articoli di tutti i fogli più importanti. Voci di corridoio, poco attendibili, hanno parlato addirittura di un interesse di big G per il giornale di New York. L’advertising in rete è il vero frutto proibito degli editori e non solo. Le grandi compagnie discografiche e i musicisti sono in combutta con YouTube, per i contratti di gestione dei video ufficiali e per una più equa spartizione degli introiti derivati dalla pubblicità sul sito (anch’esso di proprietà di Google). Da web a web. Ci sono movimenti anche all’interno della rete. Le aziende cercano acquisizioni e partnership che consentano loro di scampare i venti dell’instabilità finanziaria. Prima l’accordo tra YouTube e iTunes (e di conseguenza tra Google e Apple): piccoli ads sul canale all-video da cui si può acquistare la canzone protagonista del clip in visione, entrando direttamente nel negozio musicale della Mela. Poi le lunghe trattative tra Microsoft e Yahoo!, con il colosso del software interessato al mercato delle ricerche online e a sfidare Google (che raccoglie il 72% delle ricerche totali) acquistando il suo più credibile rivale. E ancora: le voci sulla possibile vendita di Twitter: prima a Facebook, che avrebbe rafforzato il dominio tra i social network, poi all’onnipresente Google, che avrebbe trovato sbocco nelle community di rete, dopo il blando successo del suo Orkut. Infine eBay, che ha offerto 1,2 miliardi di dollari per il concorrente Gmarket. Dal web verso l’esterno. Capita di rado, ma a volte è internet a rivolgersi ad altri media, alla ricerca di esposizione e ricavi. Anche in questo la società di Mountain View è il nome di riferimento: impossibile per il suo browser Chrome conquistare consensi (è usato solo dall’1,4% degli internauti). Così ecco il primo spot tv di Google, in onda da poco sulle tv statunitensi. Anche la rete, però, patisce la crisi economica: gli investimenti pubblicitari sono in calo (per quanto lieve), i grandi nomi licenziano (Google, 200 dipendenti nel mondo; Yahoo!, il 5% della forza lavoro) ed è difficile penetrare i settori specifici del mercato online. Lo dimostrano i fallimenti di Microsoft nel web researching e di big G nel campo dei browser. Così, la soluzione più semplice e gradita è quella degli accordi commerciali, con le loro controindicazioni. Tra queste, la più evidente: il mercato del web diviene ancora più inaccessibile e governato da poche compagnie madri, perdendo vitalità e impedendo di fatto un’evoluzione ‘creativa’ del medium, non più autarchico. Non sono solo sofismi, come dimostrano le indagini dell’antitrust americana (sulla compresenza di dirigenti comuni nei Cda di Apple e Google) e di quella europea (sul dominio di Microsoft Internet Explorer). D’altra parte, se in questo articolo in nome di Google appare dieci volte, qualcosa vorrà pur dire. • Stefano Pini
Web, rivoluzione inter-media

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