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Scarti agroalimentari risorsa ancora poco utilizzata in Italia

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L’Italia è uno dei principali Paesi agroalimentari d’Europa. Produce vino, olio, frutta, pasta, prodotti da forno, trasformati alimentari e una grande quantità di materie prime agricole. A questa forza produttiva corrisponde anche un enorme volume di residui, sottoprodotti e scarti generati lungo le diverse filiere: dai campi agli allevamenti, dall’industria alimentare alla distribuzione.

Ben prima che si generi spreco alimentare in senso domestico (il cibo che finisce nella spazzatura delle famiglie, per intenderci) ci sono materiali agricoli e agroindustriali che restano dopo la raccolta, la lavorazione o la trasformazione: paglie, steli, foglie, bucce, vinacce, reflui zootecnici, residui vegetali, fanghi e sottoprodotti della produzione alimentare, che sarebbero una possibile materia prima per nuove filiere.

Secondo i dati riportati dalla professoressa associata Lucrezia Lamastra dell’Università Cattolica – Campus di Piacenza, in Italia non esiste una stima unica e definitiva dell’intero fenomeno dell’agro-food waste. La dimensione è nell’ordine di milioni di tonnellate all’anno, di cui circa il 70% di non viene oggi utilizzato. Invece, si stima che più di 130 mila tonnellate annue di materiale potrebbero essere recuperate e trasformate in energia, biochar o altri elementi utili.

Il biochar è un materiale solido ricco di carbonio, ottenuto attraverso processi di trattamento termico della biomassa. Può essere impiegato nei suoli e, allo stesso tempo, contribuire a trattenere carbonio. È uno degli esempi di come un residuo agricolo possa uscire dalla categoria del rifiuto e diventare una risorsa tecnica, ambientale o industriale.

Le strade possibili sono diverse. Alcune sono già mature e diffuse, come il compostaggio, la digestione anaerobica e la combustione. Il compostaggio permette di ottenere ammendanti per il terreno. La digestione anaerobica trasforma la sostanza organica in biogas e digestato. La combustione consente il recupero energetico. Sono tecnologie già presenti su scala industriale, anche se con una distribuzione territoriale non omogenea.

Accanto a queste soluzioni ci sono processi più avanzati, come pirolisi, gassificazione e fermentazioni innovative. La pirolisi lavora ad alte temperature in assenza di ossigeno e può produrre bio-olio, gas sintetici e biochar. La gassificazione converte materiali carboniosi in gas combustibile. Alcuni processi biologici, invece, utilizzano microrganismi per trasformare gli scarti in prodotti a maggiore valore aggiunto.

Un ulteriore ambito riguarda tecnologie ancora sperimentali o poco diffuse, basate su batteri, funghi e insetti. In alcuni casi l’obiettivo è ottenere biomateriali, bioplastiche, proteine o fertilizzanti. Sono soluzioni già presenti in progetti pilota, ma non ancora consolidate su scala industriale.

Il quadro italiano risulta diviso in due: da un lato esiste una base tecnologica già operativa, soprattutto per il trattamento tradizionale degli scarti organici e il recupero energetico; dall’altro, le soluzioni più innovative restano spesso legate a università, centri di ricerca e sperimentazioni locali. Anche la geografia degli impianti pesa. La maggiore concentrazione si trova nel Nord, in particolare in regioni come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, dove il sistema agroindustriale è più strutturato. Il Centro è una presenza intermedia, mentre il Sud, pur avendo disponibilità importanti di biomasse, dispone di meno infrastrutture dedicate.

Il passaggio dalla sperimentazione alla scala industriale non è semplice. Come osservano i ricercatori dell’Università Cattolica, uno dei limiti principali riguarda la continuità e l’omogeneità degli scarti disponibili. Molte tecnologie funzionano bene su piccole quantità controllate, ma richiedono flussi costanti per diventare economicamente sostenibili. Nel settore agroalimentare, invece, i residui cambiano per stagione, provenienza, composizione e quantità.

Ci sono poi aspetti normativi ed economici. Alcuni utilizzi, per esempio quelli che coinvolgono insetti nella produzione di mangimi o alimenti, sono soggetti a regole ancora restrittive. Inoltre il mercato dei prodotti ottenuti dagli scarti, dalle proteine alternative ai fertilizzanti innovativi, non è ancora pienamente maturo. A questo si aggiungono i costi di gestione e controllo dei processi, spesso elevati nelle fasi iniziali.

Il tema degli scarti agroalimentari si colloca dunque al centro dell’economia circolare, che punta a capire quando e come un residuo possa diventare una nuova risorsa. Per l’Italia, che ha una filiera alimentare ampia e diversificata, il potenziale è rilevante. La sfida riguarda soprattutto la capacità di costruire una rete industriale più diffusa, integrare le tecnologie già disponibili e far crescere quelle ancora sperimentali.

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