Oltre alle onnipresenti partite di Curling, quello che ci rimarrà più impresso di queste Olimpiadi sono le immagini straordinarie che ci hanno regalato: salti e discese da togliere il fiato, primi piani capaci di fermare in un’espressione tutta la tensione di una gara, inquadrature che ci hanno portato a bordo pista, pur restando sul divano di casa. Le tecnologie di ripresa e la crescente specializzazione di chi lavora dietro la telecamera hanno cambiato il modo di raccontare i Giochi. Se da un lato le innovazioni tecniche hanno reso possibili angolazioni fino a pochi anni fa difficili, dall’altro la competenza degli operatori e dei professionisti dell’informazione ha reso il racconto più personale, più emotivo, più vicino alle vite e alle paure degli atleti. Emblematica, in questo senso, è la figura di Chemmy Alcott, ex sciatrice olimpica e oggi commentatrice e analista per la BBC. Non si limita a raccontare le discese dal bordo pista: spesso si infila gli sci e scende lei stessa il tracciato con una camera POV, mostrando al pubblico la vera velocità delle curve, le compressioni che spaccano le gambe, i passaggi ciechi che in tv sembrano dolci ondulazioni ma dal vivo sono muri di ghiaccio. È un modo di fare cronaca che unisce competenza tecnica e fisicità: non solo “spiega” la pista, ma la fa letteralmente vivere a chi guarda, trasformando il commento in un’esperienza condivisa. Lo stesso salto di qualità si vede nel pattinaggio artistico, dove alcuni cameraman sono, a loro volta, pattinatori di altissimo livello. Come ad esempio Jordan Cowan ex ice dancer che durante l’esibizioni di pattinaggio di figura con una steadycam in mano, ha seguito gli atleti a pochi metri di distanza, senza intralciare le coreografie e senza perdere l’inquadratura. Chi lo guarda dagli spalti vede una danza nella danza. La telecamera che accompagna i pattinatori fino al “kiss & cry”, cattura lo sguardo prima che esca il punteggio, restituisce al pubblico le emozioni nude, senza mediazioni. E ancora ci sono i fotografi “quasi atleti”, quelli che presidiano ogni salto e ogni porta di slalom dalle postazioni a bordo pista. Per poter stare in zone così esposte devono seguire briefing di sicurezza, indossare caschi omologati e assicurarsi per lavorare su terreni ripidi, ghiacciati, spesso in condizioni meteo difficili. Si muovono con gli sci o i ramponi portando con sé tutta l’attrezzatura necessaria al lavoro.

Jordan Cowan AP Photo
A cambiare la grammatica del racconto sono stati anche i droni, in particolare quelli FPV, che volano a velocità impressionanti seguendo gli atleti lungo tutta la pista. Grazie a queste “telecamere volanti” il pubblico può infilarsi dentro un corridoio di alberi insieme a uno slalomista, sorvolare un salto di snowboard da poche decine di centimetri sopra la tavola, inseguire un bob lungo il ghiaccio come se fosse appeso al suo paraurti. Non sono semplici “riprese dall’alto”: sono prospettive immersive, dinamiche, che trasformano la gara in un’esperienza quasi videoludica, dove lo spettatore è totalmente coinvolto. Infine, c’è un elemento più sottile ma altrettanto importante: il coinvolgimento emotivo dei cronisti e dei commentatori. Molti di loro sono ex atleti che conoscono sulla pelle cosa significhi cadere a 120 all’ora o sbagliare un elemento di programma davanti al mondo intero. Quando si commuovono per un infortunio, quando la voce trema rivedendo un incidente simile a quello che hanno vissuto in carriera, il racconto smette di essere pura descrizione tecnica e diventa testimonianza. In quel momento le Olimpiadi non sono più solo medaglie e record, ma storie umane raccontate da chi sa esattamente quanto costi arrivare fin lì. Queste olimpiadi ci rimarranno a lungo in mente per gli ottimi risultati che gli atleti italiani stanno ottenendo, per come sono state raccontate e per come hanno coinvolto anche i più polentoni sdraiati sui divani!

