L’idea: invertire l’algoritmo della visibilità
Uel Bertin, uno dei fondatori, spiega così il principio alla base del progetto: “Crediamo che la società prima di Facebook si informasse prima di dire qualcosa.” L’obiettivo è ricostruire una dinamica in cui gli utenti imparano qualcosa di nuovo prima di intervenire. L’altra voce del progetto è Adam Nettles, statunitense residente in Italia da dieci anni. A lui si deve l’intuizione originaria, maturata durante il dottorato: l’assenza di uno spazio digitale dedicato al sapere verificato. Il terzo fondatore è l’ingegnere del software italiano Giuseppe Di Maria. La sede operativa è a Benevento.
L’architettura: torri tematiche e peer review
La struttura di Ivory segue una logica verticale. I contenuti sono organizzati in «Torri d’avorio» (Ivory Towers), sezioni tematiche che ricordano la logica delle sottosezioni di Reddit: arte, economia, storia, filosofia. Dalle ramificazioni principali possono nascere nuove sottosezioni, proposte dagli utenti e sottoposte a votazione collettiva.
Il meccanismo di accreditamento è su tre livelli: base, avanzato, accademico. La promozione al livello superiore richiede la presentazione di un curriculum e la partecipazione a conversazioni pertinenti all’ambito dichiarato. La verifica dell’identità avviene tramite carta d’identità elettronica; chi sceglie di non verificarsi può leggere i contenuti ma non interagire. Questa asimmetria ha la funzione di neutralizzare bot e account fittizi, fenomeno endemico delle piattaforme tradizionali.
Il sistema reputazionale ricalca un modello preso in prestito dall’editoria scientifica. Gli utenti ottengono credibilità attraverso le proprie interazioni e i «voti» assegnati dagli altri iscritti, con una meccanica ispirata alla peer review. Ivory è peraltro registrata come rivista scientifica: i paper inviati alla piattaforma sono sottoposti a tre revisori casuali privi di conflitti d’interesse.
Il modello commerciale: profilazione contenuta
La componente pubblicitaria è dichiarata ma con limiti espliciti. A differenza di tutti i social ‘tradizionali’ non viene misurato il tempo di permanenza sullo schermo e i dati degli utenti non vengono ceduti a terzi. L’interfaccia, nei colori oro e avorio, rifugge le palette ad alto contrasto pensate per stimolare il rilascio di dopamina. “Non vogliamo tenere le persone il più possibile davanti allo schermo”, afferma Bertin. Resteranno comunque i video brevi, chiamati «brief», e il formato storie.
Il secondo pilastro economico è la diffusione e la vendita di articoli scientifici a prezzi sensibilmente inferiori rispetto ai canali tradizionali dell’editoria accademica, mercato notoriamente concentrato e dai margini elevati. Se la promessa si realizzerà, sarà questo il terreno su cui Ivory potrà misurare una differenza concreta rispetto agli incumbent.
Il contesto europeo: non un’iniziativa isolata
Il lancio al pubblico di Ivory si inserisce in un movimento più ampio. Il 4 marzo 2026 la Commissione europea ha registrato un’iniziativa dei cittadini europei (ECI 2026/000004) che invita Bruxelles a istituire per via legislativa una piattaforma pubblica di social media a livello europeo, alternativa a quelle esistenti, finanziata dalla società e soggetta al suo controllo. Per obbligare la Commissione a pronunciarsi nel merito, servono un milione di firme in almeno sette Stati membri entro dodici mesi.
Il responsabile marketing Antonio Ucciero ha esplicitamente collegato il lancio al clima politico, parlando di una necessità di maggiore autonomia europea anche alla luce delle tensioni internazionali. La cornice retorica della sovranità digitale, su cui l’UE investe con provvedimenti come il Digital Services Act e il Digital Markets Act, trova qui una traduzione imprenditoriale.
Le criticità: l’ombra dell’elitismo
Il rischio di un modello fondato sulle credenziali accademiche è evidente: produrre uno spazio escludente. I fondatori non lo negano. “Non possiamo mentire, l’app è diversa da altre. Stiamo cercando di essere bold, audaci. Non significa escludere, ma che se vuoi parlare di qualcosa e avere visibilità, devi essere una persona interessata a imparare”, dichiara Bertin.
Una seconda criticità riguarda la sostenibilità. Il target dichiarato è ambizioso: dieci milioni di utenti nel primo anno, su un bacino potenziale stimato in 30-40 milioni nel solo mondo accademico. Il team ha presentato il progetto a 78 università. Sono cifre che richiederanno un controllo indipendente. La storia dei social alternativi è costellata di progetti ambiziosi che non hanno raggiunto la massa critica, da Diaspora a Ello fino a Trust Cafè. L’effetto rete penalizza chi arriva dopo i dominanti, e Ivory non sfugge a questa legge della piattaforma.
Un esperimento che merita osservazione
Ivory è un caso interessante per quello che tenta di fare. L’idea di accoppiare rivista scientifica e social network, di far convergere peer review e meccanica reputazionale, non è banale. Se funzionerà, rimetterà in discussione alcuni assunti dell’editoria accademica e del dibattito pubblico digitale. Se fallirà, lascerà comunque materiale utile per ragionare su quale ruolo possa avere una piattaforma europea in un mercato dominato da attori extra-UE. Il test decisivo inizia il 30 aprile. Da quel momento saranno i numeri, la qualità del dibattito e la capacità di trattenere utenti al di fuori della cerchia accademica iniziale a dire se la «torre d’avorio» saprà davvero diventare una piazza.

