Per la prima volta gli italiani buttano nella spazzatura meno di mezzo chilo di cibo a testa ogni settimana: 493,7 grammi, contro i 555,8 dell’anno precedente, secondo il nuovo rapporto dell’Osservatorio Waste Watcher International, promosso dalla campagna Spreco Zero presentato il 29 settembre, Giornata internazionale dell’Onu dedicata alle perdite e agli sprechi alimentari. La riduzione in percentuale è dell’11,17% e segna un passo avanti nella lotta allo spreco alimentare. Il conto economico resta però salato: 6,6 miliardi di euro all’anno letteralmente buttati.
L’Agenda 2030 delle Nazioni Unite prevede di dimezzare lo spreco alimentare pro capite nella distribuzione e nei consumi e, secondo il percorso di riduzione indicato da Waste Watcher, l’Italia si starebbe muovendo verso il suo obiettivo di riferimento di circa 370 grammi settimanali. Su base annua, le stime di Waste Watcher calcolano che ogni italiano sprechi mediamente 25,74 chili di alimenti, per un valore stimato di 112 euro.
Chi ha meno spreca di più
Il rapporto mette in luce anche una contraddizione sociale: le famiglie con minori risorse economiche tendono a sprecare più alimenti, sostenendo così una perdita che pesa proporzionalmente di più sui loro bilanci.
Per Andrea Segrè, direttore scientifico dell’Osservatorio, lo spreco diventa anche «un vero moltiplicatore delle disuguaglianze»: la sua riduzione non vorrebbe dire soltanto risparmiare denaro e risorse naturali, ma intervenire su una delle fragilità dei consumi domestici.
Il ruolo ambivalente della tecnologia
Il digitale introduce comportamenti contrastanti. Secondo Waste Watcher, oltre il 57% degli italiani ricorre all’intelligenza artificiale come supporto contro gli sprechi alimentari e il 51%, ad esempio, la consulta per trovare ricette con gli avanzi, trasformando ingredienti inutilizzati in nuovi piatti.
C’è però un limite importante: l’indagine segnala che, tra i più giovani, il ricorso all’IA per valutare se un alimento scaduto sia ancora commestibile raggiunge percentuali particolarmente elevate, fino a sfiorare il 72% nella rilevazione relativa alla Generazione Z. Gli esperti invitano alla prudenza: un sistema digitale non può controllare direttamente come un alimento è stato conservato né verificare eventuali interruzioni della catena del freddo.
Sul versante opposto ci sono Instagram e TikTok. Un intervistato su quattro dichiara di acquistare almeno occasionalmente alimenti insoliti o particolarmente fotogenici per pubblicarli sui social. Il comportamento riguarda il 37% della Generazione Z e il 36% dei Millennials, contro il 18% dei Boomer. Non significa che tutti questi acquisti finiscano nella spazzatura, ma evidenzia una forma di consumo guidata più dall’immagine che dal bisogno.
Il rapporto segnala infine due abitudini positive: nelle case vacanza il 66% degli ospiti dichiara di consumare tutto il cibo acquistato, mentre al ristorante si diffonde il ricorso alla doggy bag per portare a casa ciò che resta nel piatto. La sfida, dunque, non è soltanto comprare meno, ma imparare a utilizzare meglio ciò che si compra.

