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20 Marzo 2007 | Innovazione

Mastrogiacomo: oggi su Repubblica il suo reportage

Sul suo quotidiano, la Repubblica, oggi Daniele Mastrogiacomo inizia il racconto della sua avventura, dei suoi 15 giorni di prigionia. Eccone alcuni passaggi.

Sul suo quotidiano, la Repubblica, oggi Daniele Mastrogiacomo inizia il racconto della sua avventura, dei suoi 15 giorni di prigionia. Eccone alcuni passaggi. “Fra due ore, preparati”. Il comandante, come lo chiamano, anche oggi è raggiante, perfino ironico. Entra nella stanza in terra e paglia dove dormiamo da domenica notte e annuncia: “sei libero, voli via”, mi dice mimando un aereo che decolla. Sono stordito. Le notizie che ho imparato a percepire da qualche parola di pashtun farfugliata dalle guardie all’esterno, mi fanno capire che tutto sta per finire. Sono ad un passo dalla libertà”. “Mi alzo in piedi, con le catene che mi stringono le caviglie da 15 giorni e fisso il comandante con stupore, allo stremo, diviso tra la paura di subire una nuova delusione e il fortissimo desiderio di tornare libero. Non credo piu’ a niente, diffido di tutto. Lui mi stringe le mani. Ha un sorriso bianco circondato da una barba sottile nera. “Sure?” gli chiedo. Ride ancora, risponde: “Sure!” sicuro. Salto dalla gioia, muovendomi a scatti per via delle catene che mi impediscono di fare dieci centimetri alla volta. Mi sono sentito, mi hanno fatto sentire, un prigioniero di Guantanamo. I sei guardiani, irrompono nella stanza, sono felici, sorridono, stringono le mani, mi battono pacche sulle spalle. Chiedono scusa, si avventano sui lucchetti delle catene. Le chiavi si sono perse nel deserto. Prima affrontano il catenaccio del collega e interprete afgano Ajmal, anche lui liberato e rientrato a casa. E’ un lucchetto più grosso, ci vuole più forza e più costanza. Facciamo a turno, studiando come e dove rompere. Con tutto quello che troviamo. Io resto lì, ad osservare. Ajmal ha il viso distrutto. Troppe volte siamo rimasti delusi, troppe volte in uno sconforto che non mi faceva più respirare, mi sfogavo con lui e gli dicevo che si doveva assumere gran parte della responsabilità. Lo esortavo a reagire, a non usare quella tecnica della vittima, del finto malato, quasi dell’offeso. Avevamo davanti un gruppo tosto, forte, deciso. Non c’era nulla da essere offesi, ci avevano venduti. La sua fonte gli aveva promesso un’intervista ad un comandante di spicco dei Taliban. Non era così. Forse il contatto, che ha pagato con la vita, ci ha venduto come spie al capo di una delle due fazioni in cui sono divisi i Taliban. Così almeno mi pare di capire adesso. Ci sarà tempo per saperne di più.

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