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1 Ottobre 2023 | Ambiente, Attualità, Economia

La pastorizia sarda salvata dai Kirghisi?

Telepress ha intervistato il coordinatore del progetto di Coldiretti Sardegna che vuol far arrivare pastori dalla ex repubblica ex sovietica per ripopolare le zone interne dell’isola.

È ancora in fase progettuale ma ha già sollevato un polverone l’iniziativa voluta da Coldiretti Sardegna di ospitare pastori kirghisi sull’Isuledda per contrastare lo spopolamento delle regioni interne e preservare le tradizioni della pastorizia, compresa la caseificazione del pecorino. Telepress ha raggiunto al telefono il coordinatore regionale dell’Associazione, Luca Saba: la prima domanda riguarda la scelta della nazione partner.

“A Cagliari c’è una piccola comunità di kirghisi, immigrati in Italia in cerca di lavoro. L’ambasciatore del Paese è venuto in visita e abbiamo avuto modo di confrontarci su pastorizia e transumanza, scoprendo che loro non allevano le pecore per il latte ma solo per la carne. Allora, una nostra delegazione è partita e un nostro casaro ha spiegato ai pastori kirghisi come produrre il pecorino. A quel punto, abbiamo pensato di proporre ad altri kirghisi, come già ce ne sono in Sardegna, di venire nelle zone interne, per una permanenza di lungo periodo. In questo modo, in piccoli gruppi, potrebbero integrarsi con la popolazione locale e gettare le basi per proseguire le tradizioni sarde dell’allevamento ovino e della produzione del pecorino”

Una critica che le hanno mosso è che sarebbe meglio dare la precedenza ai sardi: “Volentieri, se ci fossero figli o nipoti di pastori disposti a tornare, ma i numeri ci dicono che non è così. La metà circa dei nostri pastori, oggi, ha 55 anni: fra 10 anni vorranno andare in pensione e, se non gettiamo le basi per il turnover, ci ritroveremo con un intero comparto economico scoperto. Chi alleverà le pecore? Chi produrrà il formaggio che rappresenta una delle voci principali del nostro Pil regionale?”.

L’esperimento non è nuovo in assoluto, ma è la prospettiva temporale a essere diversa: “Un tempo abbiamo avuto in Sardegna anche lavoratori agricoli provenienti da Romania e Albania. Però, se già prima per lunghi periodi poi tornavano a casa, adesso con il miglioramento delle rispettive economie da questi paesi europei arrivano da noi sempre meno persone. Agli amici kirghisi, invece, proponiamo di stabilirsi in pianta stabile, offrendo loro anche case a prezzi calmierati… Ce ne sono tantissime sfitte e inutilizzate nell’interno”.

I numeri sarebbero calibrati per garantire un equilibrio, un’accoglienza adeguata e il giusto tempo alle popolazioni locali per adeguarsi al cambiamento. “Il progetto pilota proposto al governo del Kirgizistan prevederebbe l’arrivo di un primo gruppo di un centinaio di kirghisi in Sardegna (di età compresa tra i 18 e i 45 anni), con capacità professionali specifiche nel settore primario. Seguirebbero un percorso di formazione e integrazione nel tessuto economico e sociale della Regione, con opportunità anche per le mogli nell’attività dell’assistenza familiare, come già accade a Cagliari ad esempio.

Insomma, nessuno pensa a un’invasione, anzi. Si cerca proprio di preservare le tradizioni di un’isola che, troppo spesso, non ha saputo trattenere i suoi talenti e che deve, ora, necessariamente ricorrere a qualche forma di supporto per pensare al futuro della sua economia.

di Daniela Faggion

pastore - ph: Alina Voicu

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