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3 Gennaio 2022 | Attualità

La proprietà dell’inter potrebbe diventare un azionariato diffuso

Il sogno che potrebbe diventare realtà per migliaia di tifosi del club neroazzurro. Un consulente, una proposta e una risposta positiva dalla società. Questo stanno aspettando gli interisti che hanno già sottoscritto il questionario somministrato per misurare il grado di attaccamento alla propria squadra del cuore. Parliamo di azionariato popolare nello sport e in particolare nel calcio.

La società Interspac, nata nel 2018, presieduta da Carlo Cottarelli, ex commissario del governo per la spending review, riaccende il sogno per i tifosi di diventare padroni del proprio club. L’Inter è controllata dalla famiglia cinese Zhang, dal 2016, in difficoltà finanziarie. Il calciomercato ne ha risentito e sono sempre più numerosi i supporters che sperano di poter subentrare nella proprietà. Ad oggi sono cinquantasei le personalità tifose dell’Inter che hanno aderito al progetto.

L’obiettivo è raccogliere decine di migliaia di adesioni che servirebbero per sostenere finanziariamente il club. Sono scesi in campo fra gli altri l’architetto Stefano Boeri, il cantante Roberto Vecchioni ed ex calciatori come Marco Materazzi, Beppe Bergomi e Walter Zenga. All’offerta di aiuto finanziario di Interspac, Suning finora non ha risposto. Segnale reputato positivo da Cottarelli e il suo vice, l’ex presidente Rai, Roberto Zaccaria. Il percorso non sarà breve, né semplice è chiaro a tutti. Ma passo dopo passo si punta a entrare in minoranza, in una fase iniziale. Il piano finale, però, mira a portare all’Inter il modello di azionariato diffuso, con piccoli soci al fianco di alcuni investitori istituzionali, che tanto bene ha fatto ai club tedeschi, a partire dal Bayern Monaco.

Cottarelli, forte di 100mila questionari in cui i tifosi hanno espresso interesse per il progetto, sottolinea come con cento euro ciascuno significherebbe raccogliere 10 milioni. Una goccia nel mare. Con mille euro di quota media, la cosa si farebbe interessante. Come dimostra la Bundesliga seconda per fatturato solo alla Premier degli sceicchi. I ricchissimi club tedeschi dal 1999, anno in cui in Germania fu varata la norma del “50+1” (più della metà delle azioni delle società sportive dev’essere detenuta da una pletora di soci riuniti in assemblea), sono la prova del successo dell’azionariato popolare nello sport. Il senso del “50+1” è evitare che le sorti di club secolari siano legate alle fortune di finanziatori spreconi. Dopo un ventennio di azionariato popolare, i club tedeschi sono i più in forma del continente dal punto di vista finanziario. Segno che la proprietà diffusa, unita a un buon management, dà i suoi frutti. Il caso per eccellenza è appunto il Bayern. Appartiene per il 75 per cento a 293mila soci. Tre sponsor detengono ciascuno l’8,33 per cento delle quote: Audi, Allianz e Adidas.

L’uomo forte nell’ultimo ventennio è stato Kalle Rummenigge, che nel giugno 2021 ha lasciato la guida del club all’ex portiere Oliver Kahn. Prima ha tenuto il Bayern lontano dalla sciagurata impresa della Superlega, che prometteva soldi a tassi attraenti a grandi società coi conti malandati. Da dirigente ha vinto due triplete, 14 campionati e 10 coppe di Germania, portando il fatturato da 176 a 679 milioni. Nessuno come lui incarna il motto “Mia san mia”, in bavarese “noi siamo noi”. Allenamenti a porte aperte, serate in birreria con calciatori e supporter al tavolo insieme per rinsaldare una passione che al tempo dei social si fa spazio e misura solo a suon di like. Passione che è anche potere vero: l’assemblea elegge chi deve guidare il club e ne determina l’indirizzo. In giro per l’Europa le esperienze di gestione condivisa, più o meno fortunate, sono numerose.

Come il Barcellona in Spagna dove 230mila sostenitori blaugrana, che pagano una quota minima annuale inferiore ai 200 euro, hanno la possibilità di eleggere il presidente. Possedere un’azione del Barça per molti è una dichiarazione identitaria. In Scozia c’è il caso del Motherwell Football Club, ceduto ai tifosi dallo storico azionista John Boyle per un solo pound. Nel Regno Unito i “fan owned football team” sono una ventina, quasi tutti in campionati minori. In Italia tentativi di apertura del capitale ai tifosi sono stati fatti a Cava dei Tirreni, con il progetto Sogno Cavese, e ad Ancona, dove un gruppo di tifosi nel 2015 rilevò l’86% delle quote, non riuscendo però a evitare il fallimento. Fuori dal calcio, una storia che funziona è quella della Pallacanestro Cantù, rilevata da un’associazione di tifosi nel 2019 dalle mani dell’ex cestista russo e imprenditore dell’acciaio Dmitrij Gerasimenko.

In due anni hanno saldato i debiti. vendendo il vecchio Palasport Pianella di Cucciago per mettere in sicurezza il club. 300 soci che collaborano con un gruppo di imprenditori della zona per la costruzione di un nuovo impianto. La squadra lo scorso anno è retrocessa, ma in Brianza si lavora per riportarla nel basket dei grandi. Proprio da storie come quella di Cantù nasce l’iniziativa di due deputati del M5S, Riccardo Olgiati e Stefano Buffagni, che hanno avviato in Parlamento una discussione sull’opportunità di varare norme che favoriscano la partecipazione dei tifosi alla proprietà dei club sportivi. Una proposta di legge per aiutare lo sport in crisi, con misure fiscali vantaggiose a chi deciderà di investire su società professionistiche o dilettantistiche, e, per tutelare quelli che sono gli unici veri azionisti morali dello sport in generale e del calcio in particolare, quelli che con il cuore mandano avanti il sogno: i tifosi., 2021

di Luisa D’Elia

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