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23 Giugno 2014 | Economia

L’equo compenso (ri)colpisce l’hi-tech

Il decreto ministeriale che aggiorna (al rialzo) il balzello per la riproduzione privata di fonogrammi e videogrammi , che integra la legge e i compensi sul diritto d’autore, è stato firmato dal ministro Franceschini ed è pronto a entrare in azione. La Siae ringrazia convinta, i consumatori e i produttori di dispositivi tecnologici molto meno. Il Ministero per i Beni culturali ha accettato le richieste di 4mila autori e delle case di produzione di film, dischi e libri, che nelle scorse settimane avevano firmato un appello per l’estensione e l’aumento del così detto equo compenso, ovvero una tassa sulla vendita di qualsiasi dispositivo dotato di memoria che possa consentire la duplicazione e l’archiviazione private di canzoni, video o contenuti multimediali in genere. Tra i promotori dell’azione governativa, già attiva negli scorsi cinque anni, c’erano nomi celebri come Paolo Sorrentino, Toni Servillo, Franco Battiato, Renato Zero, Maurizio Costanzo e Pippo Baudo.  “Con questo intervento – ha commentato Franceschini – si garantisce il diritto degli autori e degli artisti alla giusta remunerazione delle loro attività creative , senza gravare sui consumatori” . Sulla stessa lunghezza d’onda i rappresentanti degli autori, soddisfatti dell’accordo e del decreto. Il ministro ha cercato di rintuzzare le critiche deille compagnie hi-tech, secondo cui a pagare il costo dell’operazione saranno inevitabilmente gli utenti, quando acquisteranno smartphone, computer e tablet più cari di qualche decina di euro, a causa del balzello: “Parlare di tassa sui telefonini è capzioso e strumentale: il decreto non introduce alcuna nuova tassa ma si limita a rimodulare ed aggiornare le tariffe che i produttori di dispositivi tecnologici dovranno corrispondere (a titolo di indennizzo forfettario sui nuovi prodotti) agli autori e agli artisti per la concessione della riproduzione ad uso personale di opere musicali e audiovisive scaricate dal web” . Insomma, secondo le istituzioni, non si fa altro che aggiornare – secondo la legge – un meccanismo vigente dal 2009, senza interferire con i prezzi di vendita al pubblico. E’ difficile pensare che le compagnie non integrino i costi nei listini , rinunciando a una (per quanto piccola) parte dei loro guadagni in favore di Siae & Co. senza rincari per i consumatori. Il decreto sembra una velo utile a coprire le lacune dell’industria culturale italiana e delle leggi a riguardo, andando ad attingere risorse dai meccanismi di un’altra industria (e nemmeno dai supporti di mera riproduzione, visto che cd, dvd e hard disk sono in fase di abbandono, soppiantati dai servizi di streaming). Insomma, una sorta di gioco delle tre carte per cui si accontenta un meccanismo iperburocraticizzato e inefficiente come la Società autori ed editori, limando i guadagni dei marchi hi-tech e penalizzando in ogni caso gli utenti, in un circolo che vorrebbe combattere pirateria e restituire dignità (economica) ai prodotti culturali ma finisce per ridurne il ruolo a tassa endemica.   Non c’è alcun progetto di promozione ne alcuna proposta etica per riportare al centro del consumo culturale il concetto di arte, artista e di sostentamento virtuoso  del sistema in quanto fondante per la nostra società. L’impegno preso da Franceschini e Gino Paoli (presidente Siae) affinché tutte le categorie titolari dei diritti di copia privata impieghino una quota delle somme ricevute per la promozione di giovani autori, in questo senso, sembra il classico specchietto per le allodole. Di cui sarà facile dimenticarsi già domani.

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