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29 Maggio 2023 | Attualità, Economia

L’Italia del futuro e il nuovo equilibrio sociale

I cambiamenti demografici in Italia pongono riflessioni e richiedono soluzioni per preservare la stabilità, la sostenibilità e l’equità nel Paese. 

La vita si allunga, la natalità cala, gli anziani aumentano, i giovani diminuiscono. La statistica parla chiaro. I numeri cantano. L’Istat ha lanciato sul web “Storia demografica dell’Italia dall’unità a oggi”. La popolazione residente è passata da 26 milioni nel 1861 (ai confini attuali) fino a circa 59 milioni al 1° gennaio 2022. Ma dal 2014 a oggi i residenti sono diminuiti di oltre 1,3 milioni. Le persone anziane, con 65 anni e oltre, tra il 1861 e il 2022 sono passate dal 4,2% fino al 23,8% della popolazione. Nello stesso periodo, i giovani sotto i 15 anni sono diminuiti dal 34,2 al 12,7%.

La pubblicazione dell’Istat fotografa la trasformazione della demografia in Italia negli ultimi 160 anni, attraverso l’aumento della popolazione, il suo invecchiamento, e l’immigrazione. In particolare, l’allungamento della vita e la contrazione della natalità hanno determinato l’aumento del numero di anziani e la riduzione di quello dei giovani. I flussi migratori internazionali, dopo aver contrastato la crescita naturale della popolazione per oltre un secolo, negli ultimi vent’anni ne hanno compensato la diminuzione e contribuito a modificarne le caratteristiche. Gli stranieri residenti in Italia al 1° gennaio 2022 sono 5,1 milioni, oltre metà da Paesi europei. Tra il 2012 e il 2021, inoltre, hanno acquisito la cittadinanza italiana 1,3 milioni di residenti stranieri. Gli italiani all’estero e iscritti all’AIRE sono invece 5,8 milioni, oltre metà dei quali è concentrata in Argentina, Germania, Svizzera, Francia e Brasile.

Istat: calo delle nascite e aumento della popolazione over 65 negli ultimi anni

I residenti in Italia al primo gennaio 2023 sono 58 milioni e 851 mila persone, 179 mila in meno rispetto all’anno precedente (-3%). A dirlo sono gli indicatori demografici pubblicati dall’Istat che registrano il calo delle nascite e l’aumento della popolazione over 65. Si evidenzia la tendenza alla diminuzione della popolazione, anche se con una minore intensità rispetto al 2021 (-3,5%) e soprattutto al 2020 (-6,7%). Cresce, però, la popolazione di altre cittadinanze alla stessa data con un aumento di 20 mila unità rispetto al 1° gennaio 2022. Quasi il 60% di questi risiede al Nord e l’incidenza dei cittadini stranieri sul totale dei residenti è dell’8,6% (nel 2022 era dell’8,5%).

Nonostante l’aumento dei decessi fra la popolazione anziana avvenuto negli ultimi tre anni, principalmente a causa della pandemia, il processo di invecchiamento della popolazione è proseguito. L’età media della popolazione italiana si è così alzata da 45,7 a 46,4 anni tra il 2020 e l’inizio di quest’anno. Gli over 65 sono complessivamente 14 milioni e 177 mila, rappresentando il 24,1% dell’intera popolazione contro il 23,8% del 2022. Gli ultraottantenni, invece, sono 4 milioni e 530 mila, il 7,7% della popolazione. Le persone che nel 2022 hanno raggiunto o superato i 100 anni sono state 22 mila, oltre 2 mila in più rispetto al 2021. Nel corso degli ultimi vent’anni l’incremento è stato di 15 mila unità.

Possibili soluzioni

Il giornalista Federico Fubini, sulle pagine del Corriere online, in questi giorni ha provato a chiedersi come diventerà l’Italia, chi si occuperà degli anziani, come potranno le donne contribuire a colmare il gap nella forza lavoro, quali saranno gli effetti e i rischi della crisi demografica. Nella sua riflessione pone l’accento sull’importanza di queste domande data dal fatto che, scrive il giornalista, l’Italia “sta provando ad aprire 264 mila nuovi posti fra asili nido e scuole dell’infanzia grazie a tre miliardi di euro dal Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr). Dietro il progetto c’è l’ambizione di liberare più madri dalle mansioni di cura diurna dei figli, perché possano lavorare. E non è solo un tema di (tardiva, sacrosanta) equità. Ci giochiamo anche una partita per la sostenibilità economica e finanziaria del Paese. L’Italia infatti è ultima in Europa per occupazione femminile. Se le donne fossero integrate nel mondo del lavoro in proporzione pari alle medie europee, allora l’Italia avrebbe 2,2 milioni di lavoratrici attive in più (rispetto alle 9,6 attuali). Dunque se l’occupazione femminile aumentasse verso le medie di un normale Paese europeo, allora avremmo più possibilità di compensare il declino naturale della popolazione attiva e generare così i tassi di crescita (1,5% medio annuo) che ci servono disperatamente per rendere sostenibile il debito italiano”. Insomma aprire le porte del lavoro alle donne potrebbe aiutare il sistema Italia a bilanciare l’uscita della popolazione che, invecchiando sempre più, va in pensione. Oggi infatti, sottolinea sempre Federico Fubini, “sono 8,9 milioni le donne potenzialmente introducibili nel mondo del lavoro. Non dovrebbe essere impossibile integrarne 2,2 milioni nel sistema produttivo nei prossimi anni. Lo dobbiamo a loro. E lo dobbiamo ai loro figli, perché da lì può venire la crescita che serve a non soccombere al peso del debito pubblico. Dunque aprire 265 mila nuovi posti per bambini prescolari non riflette solo l’ambizione di fare qualcosa di giusto o politicamente corretto. È appunto una scommessa sulla tenuta economica e sociale del Paese”.

Potenziali rischi

Ma se da un lato si creano i 265 mila posti nei nidi e nelle scuole d’infanzia, dall’altra gli ultra 80enni staranno aumentando e quindi qualunque progresso sociale sul fronte della cura dei più piccoli rischia di essere più che vanificato dagli obblighi di cura dei più anziani. Anziani il cui valore non solo è da proteggere ma può diventare anche una importante opportunità di sviluppo. A sostenerlo è l’analisi condotta da Kearney, in collaborazione con SWG e presentata a inizio maggio durante l’evento “Settantennials, le esigenze di una nuova classe emergente”. Secondo quanto riportato dalla ricerca, la longevità attiva rappresenta un campione importante della popolazione italiana. L’80% degli oltre 14 milioni di anziani in Italia è autosufficiente e richiede servizi più trasversali e legati al nuovo stile di vita: socialità, vita attiva, benessere e residenzialità. Tutte variabili che il sistema bancario, assicurativo e digitale stanno considerando per realizzare un’offerta complementare a quella del Sistema Paese e fuori dagli standard tipici di assistenza circoscritti al 20% del campione non autosufficienti. Secondo i dati della ricerca, i “Settantennials” in Italia detengono una quota consistente della ricchezza complessiva del Paese rappresentandone il 30% dei consumi annuali (220 miliardi) e più del 30% del patrimonio di ricchezza complessivo (3.200 miliardi). Fuori dai radar del servizio pubblico, per il 63% dei “Settantennials” autosufficienti le priorità oggi sono mantenere una buona forma fisica (63%), potersi curare in maniera adeguata (48%) e conservare il proprio tenore di vita (30%), temono invece la solitudine e l’inattività (42%), oltre che l’impoverimento economico (34%).

Il PNRR

Pertanto cruciali diventano i 13 i miliardi introdotti dai Piani di ripresa e resilienza e gli investimenti previsti per il “Patto della Terza Età” chiamato ad un cambio di passo: per il 70% degli anziani autosufficienti, infatti, il servizio locale risulta inadeguato e il 50% si aspetta un miglioramento. In particolare, la richiesta attesa è sulle attività ludiche e ricreative (66%), culturali (68%) l’adeguamento delle strutture abitative (80%) ma anche per l’88% di loro sulla salute. Oggi purtroppo la situazione è ben diversa. L’offerta di servizi che soddisfino le esigenze specifiche di una popolazione senior auto-sufficiente è relegata quasi solo a RSA che evidentemente si rivolgono ad un pubblico molto diverso.

La cura dei bisogni di anziani non autosufficienti

In Italia si stima che le badanti o i badanti attivi siano 1,14 milioni di persone (di cui circa il 60% irregolari, nell’economia sommersa). Si tratta di circa 81 addetti alle cure dei non autosufficienti ogni mille abitanti del Paese di oltre 65 anni di età. Ma poiché la popolazione anziana (over 65) crescerà nei prossimi vent’anni da quattordici a quasi diciannove milioni di persone, serviranno circa 400 mila badanti in più solo per mantenere l’attuale livello di cura e protezione dei più fragili. Sorge un nuovo dubbio: ci sono queste persone capaci e disponibili per fare questo lavoro? La copertura dei bisogni della popolazione non autosufficiente oggi è molto bassa. Dalle residenze per anziani di 75 anni o più, viene assicurato appena il 9% del fabbisogno nel Paese (ma l’1% in Campania, il 2% in Sicilia); e anche nell’assistenza domestica riesce a coprire poco più di un quinto di quanto servirebbe. In sostanza: la domanda di manodopera per assistere gli anziani in Italia sta per esplodere. L’offerta presente per garantire queste mansioni così delicate è di gran lunga inferiore alle necessità. Nelle famiglie ci saranno meno persone in grado di prendersi cura dei parenti anziani: aumentano infatti le coppie senza figli o con un solo figlio e le famiglie con un solo genitore.

L’immigrazione governata

Non sarà certo l’AI a risolvere il problema. Condividendo il pensiero di Federico Fubini, se da una parte le famiglie più agiate se la potranno cavare, per il resto il problema ricadrà in ogni famiglia ancora una volta sulle donne, se non si farà niente per cambiare la rotta. Ancora una volta saranno loro a dover fare rinunce e a essere escluse dalla vita produttiva e dall’autonomia economica. L’unica soluzione possibile è un’immigrazione governata, curata e integrata, da attuare oggi, non domani se si vuole difendere l’equilibrio sociale, la sostenibilità e un minimo di equità nel Paese.

Luisa D’Elia

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