Il Macfrut di Rimini, quest’anno in programma dal 21 al 23 aprile, è uno degli appuntamenti chiave per il sistema ortofrutticolo europeo. La fiera arriva in un momento di forte espansione per il comparto italiano, ma anche di profonde trasformazioni legate a innovazione, costi produttivi e scenari internazionali.
Secondo le ultime elaborazioni di Ismea, nel 2025 il solo segmento agricolo dell’ortofrutta ha generato un valore vicino ai 17 miliardi di euro, pari a circa un quarto dell’intera produzione agricola nazionale. Un peso che si riflette anche sui mercati esteri: tra prodotto fresco e trasformato, le esportazioni hanno superato i 13 miliardi di euro, con un incremento intorno al 6% rispetto all’anno precedente. In termini relativi, si tratta del 18% di tutto l’export agroalimentare italiano, dato che conferma il comparto come principale contributore alla bilancia commerciale del settore.
La spinta arriva soprattutto da alcune categorie: la frutta fresca cresce a doppia cifra, insieme ad agrumi e frutta a guscio, mentre il trasformato mantiene ritmi sostenuti. Più contenuta, invece, la dinamica degli ortaggi freschi. Sul piano internazionale, l’Italia consolida posizioni di vertice: guida le esportazioni mondiali di mele e resta tra i primi player per kiwi, pesche e nettarine, oltre che per diversi ortaggi a foglia. In Europa occupa il terzo posto per quota export, dietro Spagna e Paesi Bassi.
A rafforzare l’identità del settore contribuisce anche il patrimonio di qualità certificata: sono 128 le indicazioni geografiche riconosciute per l’ortofrutta italiana sulle 433 complessive registrate nell’Unione europea. Un elemento che si intreccia con le politiche di promozione, come il programma europeo dedicato alla distribuzione di frutta e verdura nelle scuole, al centro di uno degli spazi istituzionali presenti in fiera.
Accanto ai numeri, Macfrut fotografa un settore in rapida evoluzione tecnologica. Secondo un’indagine del Polo innovazione Agricoltura Digitale di Coldiretti Next, circa un’azienda ortofrutticola su cinque ha già adottato soluzioni riconducibili all’agricoltura 5.0. L’obiettivo è duplice: ridurre l’impatto ambientale e contenere i costi. Le tecnologie vengono impiegate soprattutto per ottimizzare i consumi di energia e acqua e ridurre l’impiego di fertilizzanti e agrofarmaci. Cresce anche l’interesse per la produzione autonoma di energia, dal biogas all’agrivoltaico, mentre resta marginale, per ora, l’intervento sui costi logistici.
La transizione è resa più urgente dall’aumento dei prezzi delle materie prime. Il costo dell’urea, uno dei fertilizzanti più utilizzati, è salito fino a 865 euro a tonnellata rispetto ai 585 precedenti, con un incremento del 48%. Anche il gasolio agricolo ha registrato un’impennata significativa, passando da circa 0,85 euro al litro a oltre 1,60 euro. Tali dinamiche mettono sotto pressione le aziende proprio nella fase cruciale delle semine e dei trapianti primaverili.
Per garantire stabilità economica e trasparenza lungo la catena produttiva, sono considerati sempre più centrali gli accordi di filiera. Nel 2025, attraverso questi strumenti, sono stati commercializzati circa 30 milioni di chilogrammi di ortofrutta per un valore di 38 milioni di euro; nei primi tre mesi del 2026 si contano già 8 milioni di chili e 11 milioni di euro di fatturato. In questo contesto si inserisce anche l’intesa siglata durante la manifestazione tra l’Associazione Italiana Fungicoltori, Coldiretti e Filiera Italia, con l’obiettivo di rafforzare la competitività della produzione nazionale di funghi e consolidarne il ruolo all’interno del sistema agroalimentare.

