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29 Ottobre 2026 | Attualità

Nascite ancora in calo in Italia: meno 38% dal 2008

Nuovo minimo storico per la fecondità in Italia: 1,14 figli per donna. Tra le difficoltà per le famiglie ci sono lavoro precario, costi della casa e servizi per l’infanzia troppo cari
Sempre più culle vuote in Italia

Che sia “inverno demografico” o “crisi genitoriale” poco importa: fatto sta che in Italia nascono sempre meno bambini. Nel 2025 sono stati 355.772, il 3,8% in meno rispetto all’anno precedente: oltre 14mila nascite mancate in dodici mesi. Il confronto con il 2008, quando i nuovi nati erano 576.659, misura la profondità del fenomeno: oltre 220mila bambini in meno, pari a una diminuzione del 38,3% in meno di vent’anni.

A restituire questo quadro è il rapporto Natalità e fecondità della popolazione residente – Anno 2025, pubblicato dall’Istat il 21 ottobre 2026. E i primi dati dell’anno in corso non indicano un’inversione di tendenza, anzi, la situazione peggiora pure: tra gennaio e luglio 2026 sono nati 196.864 bambini, circa 2mila in meno rispetto allo stesso periodo del 2025, con un ulteriore calo dell’1,1%.

Sempre meno figli, sempre più tardi

Il numero medio di figli per donna ha raggiunto un nuovo minimo storico: 1,14 nel 2025, contro 1,18 nel 2024. La stima provvisoria per i primi sette mesi del 2026 scende ancora, a 1,13. Valori lontani dalla soglia di 2,1 figli per donna necessaria, in assenza di migrazioni, a garantire il ricambio generazionale.

A diminuire non sono soltanto le nascite dei secondi o terzi figli. Nel 2025 anche i primogeniti sono scesi a 174.842, il 3,7% in meno rispetto all’anno precedente. I secondi figli sono diminuiti del 4,8%. La contrazione riguarda dunque sia l’avvio della genitorialità, sia la possibilità di allargare la famiglia. Anche perché, tendenzialmente, i problemi che si hanno con un figlio solo, con più figli non possono che amplificarsi.

Inoltre, si diventa genitori sempre più tardi. L’età media delle donne al primo figlio ha raggiunto per la prima volta i 32 anni, contro i 28,1 del 1995. L’età media al parto, considerando tutte le nascite, è salita a 32,7 anni. Anche osservando le generazioni il cambiamento è netto: tra le donne nate nel 1947, solo una su dieci non aveva avuto figli al termine della vita riproduttiva. Tra quelle nate nel 1976, la quota è arrivata al 23%, quasi una su quattro.

Perché le nascite continuano a diminuire

La combinazione di fattori che l’Istat richiama per spiegare il fenomeno è nota da tempo: precarietà del lavoro giovanile, difficoltà di accesso alla casa, percorsi di istruzione più lunghi, ostacoli alla conciliazione tra lavoro e famiglia e cambiamenti nelle scelte individuali.

A queste condizioni si aggiunge un meccanismo demografico che rende difficile invertire la tendenza. Le nascite calano sia perché si fanno meno figli, sia perché ci sono meno potenziali genitori. Infatti, le generazioni oggi in età fertile sono meno numerose di quelle precedenti, perché nate quando la fecondità aveva già iniziato a diminuire.

Il problema delle risorse destinate alle famiglie è stato affrontato di recente a Napoli, durante i Forum della Famiglia e della Natalità, dove PwC Italia ha presentato un’analisi sul welfare e sulla trasformazione dei nuclei familiari. Secondo i dati illustrati, l’Italia destina alle famiglie e ai minori una quota di prodotto interno lordo inferiore alla media europea, con una spesa concentrata prevalentemente sui trasferimenti economici anziché sui servizi. È una distinzione importante: gli aiuti monetari possono sostenere il reddito familiare, ma non sostituiscono la disponibilità di un asilo nido o di altri strumenti che permettano ai genitori di lavorare.

Asili nido, i posti non bastano

Peraltro, le difficoltà nell’accesso ai servizi per l’infanzia emergono proprio dai dati ufficiali dell’Istat. Nell’anno educativo 2023/2024, l’ultimo analizzato nel rapporto pubblicato a febbraio 2026, erano disponibili 31,6 posti nei nidi e negli altri servizi educativi ogni 100 bambini sotto i tre anni. L’offerta è aumentata, ma resta inferiore al livello del 33% previsto come obiettivo nazionale entro il 2027 (fra pochi mesi). Soprattutto, il 59,5% dei nidi e delle sezioni primavera ha dichiarato di non essere riuscito ad accogliere tutte le richieste di iscrizione per mancanza di posti. Nel settore pubblico la quota raggiunge il 68,9%.

La disponibilità dei servizi (o forse nel caso italiano sarebbe più giusto parlare di “indisponibilità”) non è l’unica spiegazione alla denatalità, ma è chiaramente una delle condizioni concrete nelle quali si decide se e quando avere un figlio: se una persona sa che non avrà persone a cui affidare il bebè quando sarà ora di tornare al lavoro si porrà certamente più scrupoli. È proprio sulla possibilità di conciliare lavoro, reddito e vita familiare che si misura una parte della distanza tra il desiderio di diventare genitori e la sua realizzazione, spesso consapevoli che la natura non aspetta.

Di <a href="https://www.telepress.news/author/daniela-faggion/" target="_self">Daniela Faggion</a>

Di Daniela Faggion

Emiliana di nascita, non ho ancora deciso dove mi piacerebbe mettere radici: nel frattempo sto in prestito a Milano dal 2000. Giornalista pubblicista dal 2003 e professionista dal 2006, ho lavorato per diversi media e pubblicato due libri. Scrivo per Telepress dal 2022 e mi occupo di attualità, scienze, ambiente, ed enogastronomia, sempre per raccontare l'Italia vista dal mondo e l'Italia in giro per il mondo.