Ci voleva una radiosa principessa inglese, un volo blindato e mesi di sopralluoghi riservati per ricordare agli Italiani che a Reggio Emilia esiste uno dei sistemi educativi per l’infanzia più studiati al mondo. Pubblico. Comunale. Sostanzialmente gratuito per le famiglie. Mentre in Italia si discute da anni di culle vuote, mamme lasciate sole e scuole trasformate in parcheggi, da decenni mezzo pianeta guarda ai nidi e alle scuole dell’infanzia reggiane come a un modello da imitare.
Eppure molti Italiani hanno scoperto il nome “Reggio Children” soltanto perché il 13 e 14 maggio è arrivata nella città emiliana Kate Middleton, Princess of Wales, moglie del principe William e volto della britannica Royal Foundation Centre for Early Childhood. Due giorni di visite, sicurezza rafforzata, emissarie “infiltrate” nei mesi scorsi per studiare il metodo in incognito, cinque tappe tenute riservate e tre scuole visitate personalmente dalla principessa. Tutto per vedere da vicino qualcosa che qui esiste da ottant’anni e che spesso non si conosce nemmeno nella provincia limitrofa.
La scuola nata da un carro armato
La storia del “Reggio Emilia Approach” non nasce dai ministeri, né dai grandi think tank educativi. Nasce nel 1945, tra le macerie della guerra, per l’esattezza nella frazione di Villa Cella, dove un gruppo di donne — molte legate all’Unione Donne Italiane — decide di costruire una scuola per bambini vendendo quello che i tedeschi avevano lasciato dietro di sé: un carro armato, sei cavalli e tre camion.
Poco dopo entra in scena Loris Malaguzzi, giovane maestro e futuro padre del modello educativo reggiano. Arriva in bicicletta, ascolta quella storia e la trasforma nel mito fondativo di un’idea rivoluzionaria: l’educazione come costruzione collettiva e democratica. “Che un carro armato, sei cavalli e tre camion figlino una scuola per bambini è un avvenimento speciale”, dirà anni dopo.
Da quella intuizione nascerà un sistema che mette al centro il bambino non come recipiente da riempire, ma come soggetto creativo, curioso, capace di esprimersi attraverso “cento linguaggi”: il disegno, il gioco, la parola, il movimento, la musica, la relazione.
La rivoluzione silenziosa dei nidi comunali
Negli anni Sessanta e Settanta, mentre in Italia gli asili sono ancora considerati soprattutto un servizio assistenziale, spesso affidati alle suore delle parrocchie, Reggio Emilia costruisce una rete pubblica di scuole dell’infanzia e nidi comunali che diventa un laboratorio pedagogico permanente.
Nel 1963 apre la prima scuola comunale, la Robinson. Nel 1971 arriva il primo nido d’infanzia comunale, intitolato a Genoveffa Cervi, madre dei sette fratelli partigiani fucilati dai fascisti nel 1943. Attorno alle scuole si crea un ecosistema fatto di pedagogisti, insegnanti e famiglie. I bambini lavorano per progetti, sperimentano materiali, imparano attraverso l’esperienza e la collaborazione. Le aule diventano spazi di ricerca più che semplici classi. Un’impostazione che oggi sembra modernissima ma che in Emilia esisteva quando il resto del Paese ragionava ancora con programmi rigidi e lezioni frontali.
Quando gli americani scoprirono Reggio prima degli Italiani
La consacrazione internazionale arrivò quasi per caso nel 1991. Il settimanale americano Newsweek inserì la scuola comunale Diana — simbolo del sistema reggiano — tra le dieci migliori scuole al mondo. Ovviamente, bisogna riavvolgere il nastro del mondo a 35 anni fa per immaginare lo spaesamento che la notizia provocò. Non c’erano siti online, social, notifiche: le insegnanti iniziano a ricevere telefonate da giornalisti stranieri senza capire cosa stesse succedendo e una di loro, come ricorda Il Resto del Carlino, venne mandata all’unica edicola della città che vendeva giornali internazionali per recuperare la copia della rivista e capirci qualcosa.
Da lì cambiò tutto. Iniziarono ad arrivare nella piccola città emiliana delegazioni di studiosi da ogni continente, università e amministrazioni pubbliche mandavano i loro emissari a prendere appunti. Il “Reggio Emilia Approach” diventò un marchio educativo globale ben prima che in Italia si imparasse a valorizzare davvero la propria eccellenza pubblica. Oggi il network di Reggio Children dialoga con 145 Paesi e territori. Nel frattempo, in Italia, c’è ancora chi considera il nido poco più di un servizio dove “lasciare i figli mentre si lavora”.
Arriva Kate Middleton
Ma com’è arrivata la principessa del Galles a Reggio Emilia? Secondo quanto emerso, tutto sarebbe partito dalla segnalazione di un’azienda americana di arredi scolastici, la Community Playthings, che avrebbe indicato il modello reggiano alla fondazione della principessa, la Royal Foundation Centre for Early Childhood. Da lì sarebbero partiti mesi di contatti riservati, sopralluoghi e perfino visite “sotto copertura” di emissarie britanniche aggregate alle delegazioni internazionali che ogni anno frequentano il Centro Internazionale Loris Malaguzzi.
Solo dopo quelle verifiche Kensington Palace avrebbe dato il via libera alla visita ufficiale. Visita che, quindi, non è stata soltanto una passerella diplomatica ma una vera e propria missione di studio, visto che il tema della prima infanzia è molto caro a Middleton e il suo obiettivo dichiarato è studiare quanto i primi cinque anni di vita influenzino salute mentale, apprendimento e relazioni sociali future.
Proprio qui il modello reggiano interessa a Londra. L’idea di un’educazione costruita sulle relazioni, sull’autonomia dei bambini, sugli spazi condivisi e sul coinvolgimento diretto delle famiglie viene guardata nel Regno Unito quasi come un laboratorio d’avanguardia, dove peraltro le scuole migliori – si sa – sono private e costosissime. Ma c’è un altro paradosso, nel paradosso: mentre una delle famiglie reali più osservate del pianeta viene a studiare i nostri asili pubblici, in Italia il dibattito sull’infanzia continua spesso a oscillare tra tagli, carenza di posti e retorica sulla natalità.
L’Emilia-Romagna e il fattore servizi
Non è un caso che proprio l’Emilia-Romagna sia stata indicata da Save the Children come la regione italiana più “mother-friendly” nel rapporto “Le Equilibriste 2026”. In un Paese dove la maternità continua a essere un fattore di penalizzazione lavorativa, il sistema dei servizi educativi fa ancora la differenza.
I numeri raccontano un’Italia spaccata: tra le madri con figli piccoli il tasso di occupazione supera il 70% al Nord e precipita sotto il 46% nel Sud. E mentre una madre su quattro under 35 lascia il lavoro dopo il primo figlio, esperienze come quella reggiana mostrano che investire nei servizi per l’infanzia non è solo una questione educativa, ma economica e sociale.
Quindi, a questo punto è chiaro che la domanda da farsi non è perché Kate Middleton abbia scelto Reggio Emilia, ma perché l’Italia abbia avuto bisogno di Kate Middleton per ricordarsi che certe eccellenze le ha già in casa ma non le ascolta del tutto.

