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23 Settembre 2022 | Ambiente, Attualità, Economia

SOS frantoi. Il paradosso italiano

Unaprol e Coldiretti hanno recentemente presentato l’esclusivo rapporto su “La guerra dell’olio Made in Italy” diffuso all’alba dell’attuale campagna olearia 2022/2023. Ad emergere è un’incognita chiusura per molte aziende agricole e un’allarmante rischio per le famiglie italiane che dovranno dire addio a quasi 1 bottiglia su 3 di olio extravergine. Ma ciò che più sorprende è l’export che vola a livello mondiale.

Il crollo della produzione nazionale di olive, schiacciate dalla siccità, dall’emergenza climatica, dai rincari di energia e materie prime (stimato del -30%) e l’esplosione dei costi, a seguito dei rincari energetici (che segna un +50%), stanno minando il futuro delle aziende di settore ed erodendo il portafoglio degli italiani chiamati a sostenere l’aumento dei prezzi al dettaglio. All’avvio della raccolta di olive 2022/2023, il rapporto 2022 “la guerra dell’olio Made in Italy” – presentato da Coldiretti, la principale organizzazione degli imprenditori agricoli a livello nazionale ed europeo, e il consorzio olivicolo italiano Unaprol –  fotografa una produzione in netto calo rispetto alla campagna di raccolta dello scorso anno.

LE REGIONI PIÙ COLPITE

Puglia e Calabria, le regioni più vocate all’olivicoltura che da sole rappresentano circa il 70% della produzione nazionale, le aree con il calo più significativo. Nelle regioni centrali, come Lazio e Toscana, l’andamento è a macchia di leopardo con un leggero rialzo della produzione rispetto all’anno precedente, stimabile tra il 10 e il 20%. Sembra andar meglio invece nel resto d’Italia con il Nord, che segna un aumento produttivo attorno al 40-60% fra Liguria, Lombardia e Veneto. La devastante siccità, mai vista negli ultimo 70 anni, ha sottoposto a stress idrico gli uliveti di tutta la penisola. La raccolta inizia in Sicilia ma attraversa tutto lo stivale fino alle vallate alpine dove non mancano, come in Lombardia, aziende olivicole che hanno fatto dell’olio il nuovo volano per il rilancio del turismo gastronomico.

IL DECRETO ATTUATIVO PER RILANCIARE L’OLEOTURISMO

Grazie all’approvazione del decreto attuativo sull’oleoturismo italiano, avvenuta lo scorso febbraio, si è segnato un punto di partenza importante per rilanciare l’olivicoltura italiana, per valorizzare gli oli DOP e IGP e, al tempo stesso, dare nuova linfa al comparto turistico, dopo due stagioni di estrema sofferenza, grazie agli sgravi fiscali per gli operatori del settore.

La rilevanza strategica, diventata più significativa grazie alle linee guida del decreto attuativo approvato a febbraio, è stata accentuata anche dalla crescente domanda di olio extravergine di oliva che a livello globale ha innescato la pandemia. Ha contribuito, infatti, a raggiungere un vero e proprio record storico dei consumi di olio di oliva (3,1 milioni di tonnellate nel 2020, stime COI – Consiglio Oleicolo Internazionale). I vari lockdown hanno costretto le persone a consumare i pasti prevalentemente a casa. All’aumento della domanda è corrisposto anche una nuova attenzione verso la qualità e l’eccellenza. Un’etica del consumo che pone al centro cibo sano e genuino e la conoscenza del territorio di produzione.

IL PARADOSSO ITALIANO: LA PRODUZIONE CALA E L’EXPORT VOLA

Territorio come quello italiano che è il primo importatore mondiale di olio di oliva (da Spagna, Grecia, Tunisia, Portogallo) e il Paese che ne consuma di più: quasi 13 litri/anno pro capite. L’Italia è il secondo produttore, dopo la Spagna e secondo esportatore mondiale. Il 50% dell’export nazionale è concentrato su quattro Paesi, in primis gli USA, che accolgono il 62% del prodotto tricolore, poi Germania, Giappone e Francia.

Nonostante il rischio che corre il settore olivicolo, il valore delle esportazioni di olio extravergine di oliva italiano, dunque, sono cresciute di ben il 23% (fonte report “I sentieri dell’olio” Coldiretti). La crescita è dettata dalla grande offerta e diversità italiana, ma è anche spinta dal bio, che negli ultimi 10 anni ha visto più che raddoppiare (+110%) le superfici coltivate. L’Italia vanta un patrimonio di 533 varietà di olive coltivate dalle Alpi alla Sicilia, per un totale di 250 milioni di piante dalle quali nasce il maggior numero di oli extravergine a denominazione in Europa, con 42 Dop e 7 Igp, oltre a decine di produzioni a km zero legate ai territori. 3 miliardi di euro il valore stimato, grazie al lavoro di un sistema di 400mila imprese tra aziende agricole, frantoi e industrie di trasformazione.

La produzione nazionale è concentrata in 3 regioni (polmone per eccellenza la Puglia con il 49%, a seguire la Calabria 14% e infine la Sicilia 11%), è tendenzialmente in calo e soggetta a una eccessiva variabilità. Con la campagna 2021/2022 l’Italia a inizio 2022 aveva riconquistato il secondo gradino del podio della produzione mondiale di olio d’oliva, secondo i dati Unaprol in base alle stime ufficiali diffuse dal COI. Nonostante la campagna al di sotto delle attese, il nostro Paese è, infatti, risultato secondo dietro la Spagna, prima con quasi 1,3 milioni di tonnellate di olio di oliva. Trend ampiamente negativo nelle ultime 10 annate. Infatti la produzione italiana di olio di oliva è passata da 674mila tonnellate nella campagna 1991-92 a 315mila nella campagna 2021-22: un dato che conferma la tendenza degli ultimi dieci anni durante i quali la punta massima è stata pari a 475mila tonnellate, prodotte nella campagna 2015-2016.

I NUMERI DEL SETTORE

All’esplosione dei costi, in media aumentati del 50% nelle aziende olivicole, corrisponde il rischio chiusura di quasi 1 azienda su 10 (9%) considerato che lavora praticamente in perdita (dati Crea). Oltre ai rincari diretti e indiretti determinati dall’energia, che vanno dal +170% dei concimi al +129% per il gasolio nelle campagne mentre il vetro costa oltre il 30% in più rispetto allo scorso anno, si registra anche un incremento del 35% per le etichette, del 45% per il cartone, del 60% per i barattoli di banda stagnata, fino ad arrivare al 70% per la plastica, secondo l’analisi Coldiretti e Unaprol. Olivicoltori e frantoiani sono costretti a fronteggiare l’incremento dell’elettricità, i cui costi sono quintuplicati. E se i costi crescono mentre scendono i ricavi delle imprese, il carrello della spesa delle famiglie registra aumenti dei prezzi al dettaglio per la maggior parte dei prodotti della tavola – spiegano Coldiretti e Unaprol – con l’olio extravergine d’oliva per il quale sono attesi forti rincari sugli scaffali in autunno con l’arrivo delle nuove produzioni.

IL PIANO STRATEGICO SECONDO UNAPROL E COLDIRETTI

Per sostenere le produzioni nazionali, resistere ai cambiamenti climatici e difendere la sovranità alimentare nazionale e la dieta Mediterranea di cui l’olio è componente fondamentale – affermano Coldiretti e Unaprol – occorrono un piano strategico per la realizzazione di nuovi impianti olivicoli con varietà italiane, risorse per contrastare l’aumento vertiginoso dei costi di gestione delle aziende agricole e realizzare nuovi sistemi di irrigazione ma – concludono Coldiretti e Unaprol – servono anche opere infrastrutturali di manutenzione, risparmio, recupero e riciclaggio delle acque potenziando la rete di invasi sui territori, creando bacini e utilizzando anche le ex cave per raccogliere l’acqua piovana in modo da raccoglierla quando è troppa e gestirne l’utilizzo quando serve.

IL CONSIGLIO PER SCEGLIERE OLIO MADE IN ITALY

Per sostenere le aziende italiane e non cadere nell’inganno del falso Made in Italy scegliere verificando attentamente l’etichetta è il consiglio da seguire. Sulle bottiglie di extravergine ottenute da olive straniere in vendita nei supermercati – denunciano Coldiretti e Unaprol – è quasi impossibile nella stragrande maggioranza dei casi, leggere le scritte “miscele di oli di oliva comunitari”, “miscele di oli di oliva non comunitari” o “miscele di oli di oliva comunitari e non comunitari” obbligatorie per legge nelle etichette dell’olio di oliva. La scritta – precisano la Coldiretti e Unaprol – è riportata in caratteri molto piccoli, posti dietro la bottiglia e, in molti casi, in una posizione sull’etichetta che la rende difficilmente visibile tanto che i consumatori dovrebbero fare la spesa con la lente di ingrandimento per poter scegliere consapevolmente.

di Luisa D’Elia

 

 

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