La spesa sanitaria pubblica italiana continua a perdere terreno rispetto al resto d’Europa e del G7. È quanto emerge dall’ultima analisi della Fondazione Gimbe, che ha elaborato i dati del dataset OECD Health Statistics (aggiornato al 17 luglio 2026) in vista dell’avvio del confronto parlamentare sulla Legge di Bilancio 2027.
Un gap che continua ad allargarsi
Nel 2025 l’Italia ha destinato alla sanità pubblica il 6,2% del Pil, in flessione rispetto al 6,3% dell’anno precedente e ben al di sotto della media Ocse e di quella europea, entrambe attestate al 7,1%. Sono quattordici i Paesi europei dell’area Ocse che investono una quota di ricchezza nazionale superiore a quella italiana: si va dal +4,8% della Germania, che destina alla sanità l’11% del proprio PIL, fino al +0,2% della Slovacchia.
Il quadro non cambia se si guarda alla spesa pro-capite: a parità di potere d’acquisto, il divario rispetto alla media dei Paesi europei ha superato 36 miliardi di euro calcolati sulla base dei quasi 59 milioni di residenti censiti dall’Istat al 1° gennaio 2026. Un solco che, spiega Gimbe, si è aperto progressivamente dal 2011 in poi, dopo anni in cui la spesa italiana era sostanzialmente allineata a quella europea, e si è ulteriormente allargato durante la pandemia e nel biennio 2023-2024.
Ultimi nel G7
Il confronto con gli altri Paesi del G7 è ancora più severo: l’Italia occupa stabilmente l’ultimo posto, con una spesa pro-capite pari a meno della metà di quella tedesca. Il presidente della Fondazione Gimbe, Nino Cartabellotta, sottolinea come il Regno Unito, che condivide con l’Italia lo stesso modello di finanziamento a fiscalità generale, abbia invece aumentato in modo consistente le risorse pubbliche a partire dal 2020, superando ormai Canada e Giappone.
L’allarme da Bruxelles
A rendere la questione più urgente, secondo Gimbe, è la posizione assunta dalle istituzioni europee. Nel Country Report 2026 sull’Italia, la Commissione europea collega per la prima volta le criticità del Servizio Sanitario Nazionale anche all’equità sociale e alla produttività del Paese, oltre che alla tutela della salute. Lo scorso 10 luglio il Consiglio dell’UE ha inoltre adottato una raccomandazione formale affinché l’Italia garantisca un accesso più rapido a cure economicamente sostenibili e affronti la carenza di personale nelle professioni sanitarie chiave.
Il presidente Gimbe chiede un patto tra tutte le forze politiche che fissi un impegno stabile e non negoziabile a rifinanziare progressivamente il SSN, accompagnando le risorse con riforme strutturali sostenute nel tempo.
Cartabellotta conclude: “È ora di cambiare rotta: servono risorse adeguate ai bisogni di salute e riforme capaci di tradurle in servizi realmente accessibili, investendo anzitutto sul personale sanitario e sull’erogazione uniforme dei LEA. Altrimenti il diritto alla tutela della salute resterà universale solo sulla Carta, ma sempre meno tangibile nella vita reale: chi può paga, chi non può aspetta o rinuncia alle cure. Non è più universalismo, ma selezione dei diritti per reddito. Ovvero, la negazione dell’art. 32 della Costituzione”.

