La Calabria, regione simbolo della più grave crisi della sanità pubblica italiana, si trova oggi al centro di una disputa geopolitica. L’amministrazione Trump chiede all’Italia di mettere fine all’impiego di medici cubani. La regione rifiuta.
Un sistema in crisi strutturale
Nel 2010 la Regione Calabria è stata posta sotto commissariamento sanitario: una misura imposta dopo anni di disavanzi strutturali, debiti fuori controllo, bilanci non certificati e livelli essenziali di assistenza insufficienti. Il dato più eloquente è quello della mobilità passiva: nel 2025 la Calabria ha superato la soglia dei 300 milioni di euro spesi dai propri cittadini per curarsi fuori regione, con Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Lazio come principali destinazioni. Un esodo che non è una scelta, ma una necessità. I dati regionali mostrano che per alcune specialità — visite ginecologiche, ortopediche, chirurgia vascolare, risonanze magnetiche — il rispetto dei tempi di attesa scende al di sotto del cinquanta per cento dei casi. Per decenni la sanità calabrese ha operato senza bilanci approvati e con un debito non quantificato, in quella che gli stessi documenti regionali definiscono una “contabilità orale”. In questo contesto già di per sé compromesso quando è arrivato il coronavirus il Presidente della Regione è stato costretto a reclutare medici cubani per far fronte all’emergenza. Perchè cubani? Perchè L’Avana ha costruito nel tempo una rete internazionale di cooperazione sanitaria che rappresenta anche una fonte di entrate per il sistema pubblico cubano. Finita l’emergenza del coronavirus i nuovi sanitari sono rimasti anche perchè rimanendo hanno permesso agli ospedali calabresi di sopravvivere. È in questo contesto che i medici cubani non sono un simbolo politico. Sono un presidio clinico.
La posizione americana
Washington fonda la propria richiesta su un quadro giuridico e morale preciso. Il Segretario di Stato Marco Rubio ha descritto il programma delle missioni mediche cubane come un sistema in cui i professionisti vengono “affittati” a prezzi elevati, con il regime cubano che trattiene la maggior parte dei ricavi, privando al contempo la propria popolazione di cure essenziali. Gli Stati Uniti definiscono le missioni una forma di “lavoro forzato” e “traffico di esseri umani”. La struttura finanziaria dell’accordo prevede che la Calabria paghi 4.700 euro al mese per ogni medico cubano. Quanto di questa quota i singoli medici ricevano, dopo i versamenti alla società statale cubana Comercializadora de Servicios Médicos Cubanos, non è chiaro. Il meccanismo ha generato polemiche in passato, sebbene alcuni medici cubani abbiano negato che la loro condizione possa essere definita lavoro coatto. Gli Stati Uniti considerano l’Italia un obiettivo chiave in quanto unica nazione dell’Unione europea a ospitare ancora medici cubani nelle proprie strutture ospedaliere.Per questa ragione Mike Hammer, incaricato d’affari statunitense a Cuba, si è recato in Italia per convincere direttamente le autorità locali a interrompere gli accordi che riguardano i medici cubani.
La risposta e la risoluzione della disputa
Roberto Occhiuto, presidente della Regione Calabria ha affermato in modo deciso che i medici cubani attualmente in servizio resteranno anche negli anni a venire. I numeri spiegano perché. Occhiuto ripete che se tutti i medici cubani lasciassero la regione, molti ospedali non potrebbero più andare avanti. Si fa presente solamente che dietro alla decisione del Presidente della Regione non c’è la volata politica di contrastare delle misure, quelle americane, che possono essere ritenute invadenti e prepotenti, ma semplicemente l’estrema necessità di non far collassare il sistema sanitario calabrese.
Infatti i colloqui tra Hammer e Occhiuto che sono stati cordiali hanno portato a un accordo sul futuro. Occhiuto aveva raggiunto un accordo con L’Avana per portare la missione medica cubana a mille unità. Ha accettato di percorrere una strada alternativa, aprendo il nuovo bando di reclutamento a medici di tutte le nazionalità — comunitari ed extracomunitari — disposti a lavorare in Calabria in modo indipendente dal programma statale cubano esistente.

