L’Italia resta indietro nella corsa globale ai brevetti, ma in fatto di innovazione ambientale riesce a ritagliarsi uno spazio tra i primi della classe. È questa la fotografia che emerge incrociando i più recenti dati dello European Patent Office con il rapporto “Competitivi perché sostenibili” di Fondazione Symbola e Unioncamere.
Nel 2025 le domande di brevetto presentate all’EPO hanno superato quota 200 mila, ma solo il 2,4% è arrivato dall’Italia. Il dato più eloquente è quello rapportato alla popolazione: appena 81 richieste per milione di abitanti, contro le 1.096 della Svizzera, che si conferma al vertice europeo. Alle sue spalle viaggiano su livelli nettamente superiori anche Svezia e Danimarca, entrambe oltre le 400 domande per milione di abitanti, seguite dall’Olanda poco sotto quella soglia e dalla Germania intorno alle 300. La Francia si attesta a 160.
In termini assoluti, l’Italia occupa il sesto posto tra i 39 Paesi membri dell’organizzazione europea dei brevetti, dietro a Germania, Francia, Svizzera, Paesi Bassi e Regno Unito. Eppure, se si restringe il campo ai brevetti legati all’ambiente, il quadro cambia. Secondo la classificazione dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, nel 2022 nell’Unione europea sono stati concessi 3.990 brevetti green. La Germania guidava con 1.632 titoli, seguita dalla Francia con 729 e dall’Italia con 295 brevetti.
Il trend è in crescita: tra il 2012 e il 2022 la brevettazione verde in Italia è aumentata del 44,4%: un risultato che segnala una vivacità specifica del sistema produttivo nazionale proprio nei settori della transizione ecologica. Dentro questo segmento, quasi un terzo dei brevetti italiani riguarda la mobilità sostenibile, uno dei fronti più dinamici della trasformazione industriale. Altri ambiti rilevanti sono l’efficienza energetica in edilizia, dove l’Italia supera la media europea per numero di soluzioni volte a ridurre l’impronta carbonica dei materiali, e la gestione dei rifiuti, con tecnologie capaci di migliorare il recupero e il riutilizzo delle materie prime.
Purtroppo, il vantaggio si ridimensiona se si tornano a misurare i brevetti in rapporto alla popolazione. In questa classifica guidano i Paesi del Nord Europa – Danimarca, Svezia e Finlandia sul podio – mentre l’Italia scivola al decimo posto con appena 5 brevetti per milione. Un divario che riflette una criticità strutturale: la capacità di innovare non sempre si traduce in proprietà intellettuale. Il nodo, quindi, non è solo produrre innovazione, ma proteggerla e valorizzarla. Senza un rafforzamento degli investimenti in ricerca, del trasferimento tecnologico e degli strumenti che incentivano la brevettazione, si rischia che una parte significativa delle innovazioni resti senza tutela o venga sfruttata altrove.

