C’è una ricchezza invisibile che ogni giorno attraversa fabbriche, banche, ospedali, supermercati, centrali energetiche e perfino le app che usiamo sul telefono. Non si tocca, non si vede, ma muove algoritmi, ottimizza processi, riduce sprechi, calcola rischi, organizza trasporti, governa l’intelligenza artificiale… È la matematica e, secondo un nuovo studio del Consiglio Nazionale delle Ricerche, nel 2025 ha contribuito al 34% dell’intera economia italiana: oltre 680 miliardi di euro.
Lo studio, promosso dall’Istituto per le applicazioni del calcolo del Cnr e dall’Unione Matematica Italiana, realizzato da Deloitte Economics, prova per la prima volta a misurare quanto la matematica pesi davvero nel sistema produttivo nazionale e il risultato è sorprendente: il contributo della matematica equivale, da solo, all’intero comparto industriale e manifatturiero italiano.
Che cosa significa esattamente “ricchezza prodotta dalla matematica”? La ricerca considera tutte le attività economiche che dipendono in modo sostanziale da competenze matematiche avanzate: dall’intelligenza artificiale alla finanza quantitativa, dalla logistica all’automazione industriale, fino ai modelli previsionali usati nell’energia, nella sanità o nel biomedicale. Ogni volta che un algoritmo ottimizza una catena produttiva, che una banca calcola il rischio di un investimento o che un sistema di IA analizza enormi quantità di dati, lì dentro c’è matematica che genera valore economico.
Secondo lo studio dei 680,1 miliardi prodotti 308,5 miliardi rappresentano l’impatto diretto delle attività matematiche sull’economia. A questi si aggiungono 221,3 miliardi di effetti indiretti, cioè quelli generati lungo le filiere produttive, e altri 150,3 miliardi di effetti indotti, legati ai consumi e alla spesa delle famiglie sostenute da quei posti di lavoro. Quindi, per ogni euro prodotto direttamente grazie alla matematica, se ne generano altri 1,2 nell’economia reale.
Anche l’occupazione racconta lo stesso fenomeno. La matematica, secondo il rapporto, sostiene circa 8,4 milioni di posti di lavoro, pari al 35% dell’occupazione nazionale. Di questi, 2,7 milioni sono impieghi diretti, mentre il resto si distribuisce tra aziende fornitrici e attività collegate. Perfino il fisco beneficia della “forza dei numeri”: il gettito fiscale attribuito alle attività legate alla matematica viene stimato in circa 296 miliardi di euro.
Per il matematico Roberto Natalini il dato conferma un cambiamento profondo: “La capacità di modellizzare fenomeni complessi e governare oggi gli algoritmi dell’intelligenza artificiale non è più confinata alla ricerca, ma è diventata il motore di produttività in settori chiave come la finanza, l’energia e la manifattura avanzata”.
In effetti, negli ultimi anni la matematica è uscita dalle aule universitarie per entrare nel cuore dell’economia digitale. I modelli matematici sono alla base dei sistemi di machine learning, delle simulazioni climatiche, della cybersecurity e persino degli algoritmi che regolano traffico urbano e consegne online. Secondo dati della Commissione europea, le professioni STEM – cioè legate a scienza, tecnologia, ingegneria e matematica – sono oggi tra quelle con la crescita più rapida in Europa, mentre la domanda di competenze quantitative continua ad aumentare.
Eppure, il paradosso italiano resta. A fronte di un impatto economico così elevato, il Paese investe in ricerca e sviluppo appena l’1,37% del Pil, contro una media europea del 2,26%. Un divario che alimenta anche la fuga dei ricercatori all’estero e il ritardo nel trasferimento tecnologico tra università e imprese.
Secondo il professor Marco Andreatta, il peso della matematica in Italia dipende anche dalla struttura produttiva del Paese, molto legata a settori come la meccanica di precisione, l’automazione, il biomedicale e la manifattura avanzata. Lo scienziato avverte: senza investimenti sulle competenze e sulla ricerca, il rischio è che la corsa tecnologica vada più veloce della capacità dei lavoratori di adattarsi.

