Una delle più grandi tragedie della storia europea avrebbe regalato alla natura un’occasione di rinascita non prevedibile. Dopo la devastazione della Peste Nera del XIV secolo, che decimò la popolazione del continente, la pressione esercitata dall’uomo su boschi e campagne diminuì drasticamente e le foreste italiane ne approfittarono.
È quanto emerge da uno studio pubblicato sulla rivista PNAS da un gruppo internazionale di ricercatori coordinato dall’Università della Tuscia, con la partecipazione delle Università di Bologna e del Salento, dell’Università del Nevada e dell’Accademia cinese delle scienze. La ricerca mostra come la pandemia medievale abbia favorito una vasta fase di “rinaturalizzazione”, lasciando un’impronta ancora visibile negli alberi più antichi d’Italia.
Per ricostruire questa storia gli studiosi hanno analizzato due popolazioni di querce cresciute agli estremi dell’ambiente forestale italiano: i lecci dell’isola di Montecristo, tra i 100 e i 500 metri di quota, e le roveri dell’Aspromonte, in Calabria, tra 1.100 e 1.800 metri. Attraverso la datazione al radiocarbonio del legno più interno – una tecnica che permette di stabilire l’età anche degli alberi cavi o deteriorati – è stato possibile ricostruire quando queste piante hanno iniziato a crescere.
Il risultato è sorprendente. Moltissime querce risalgono al periodo compreso tra il 1400 e il 1650. Sull’isola di Montecristo si osserva addirittura un picco di nuovi alberi nati tra il 1407 e il 1486, pochi decenni dopo la diffusione della peste intorno alla metà del 1300. Secondo gli autori dello studio, il crollo della popolazione ridusse attività come agricoltura, pascolo e taglio del legname, consentendo alla vegetazione di riconquistare rapidamente spazi fino ad allora sfruttati dall’uomo. A favorire il fenomeno contribuì probabilmente anche una fase climatica più umida.
Diversa la situazione in Aspromonte. Qui il recupero delle foreste fu più graduale e proseguì anche durante un periodo caratterizzato da condizioni più aride: segnale che il ritorno della vegetazione non dipese soltanto dal clima, ma anche dalla diversa intensità con cui il territorio era stato utilizzato dall’uomo prima della pandemia e dalle caratteristiche ecologiche dell’ambiente montano.
Lo studio offre anche un’altra scoperta di rilievo: queste querce sono straordinariamente longeve. Alcuni esemplari sfiorano i mille anni di età, un primato per alberi a foglia larga dell’area mediterranea. E non sempre sono i più imponenti: molti degli individui più antichi hanno tronchi relativamente modesti, segno che la dimensione non è necessariamente un indicatore dell’età.
La ricerca si inserisce in un filone di studi che negli ultimi anni ha ricostruito gli effetti ambientali della Peste Nera. Analisi paleoecologiche condotte in varie regioni europee avevano già mostrato come, dopo il crollo demografico del XIV secolo (si calcola che la peste abbia ucciso all’epoca circa 20 milioni di persone), vaste superfici agricole fossero state abbandonate, favorendo il ritorno spontaneo della vegetazione. Il nuovo studio aggiunge una prova diretta proveniente dagli alberi stessi, trasformati in una sorta di archivio vivente della storia europea.
Per i ricercatori, queste foreste secolari raccontano molto più della loro età: testimoniano come le grandi vicende umane possano lasciare segni profondi sugli ecosistemi per secoli. Una lezione che, nell’epoca del cambiamento climatico e della perdita di biodiversità, ricorda quanto rapidamente la natura possa riprendersi quando la pressione dell’uomo si riduce, ma anche quanto sia prezioso proteggere gli alberi più antichi, custodi di una memoria che attraversa quasi un millennio.

