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12 Settembre 2026 | Attualità, Eventi

Afroitaliani, quando l’immigrazione diventa cultura

La settima edizione di Afrobrix ha messo insieme a Brescia musica, moda e cucina. Dietro il festival le seconde generazioni e i nuovi cittadini

Afrobrix - manifesto ufficio stampa - dettaglio

Per decenni l’Italia ha parlato di immigrazione soprattutto attraverso i verbi dell’arrivare, accogliere, integrare. Oggi ne serve almeno un altro: creare. Perché dopo decenni di flussi migratori, famiglie stabilmente insediate e nuove generazioni cresciute nel Paese, esiste ormai anche una cultura afroitaliana. Anzi, ne esistono molte. Musica, moda, cinema, cucina e linguaggio raccontano forse meglio delle statistiche il passaggio dall’immigrazione come fenomeno all’immigrazione come componente strutturale della società. Una fotografia di questa trasformazione è arrivata da Afrobrix, il festival dedicato all’afrodiscendenza che dal 4 al 6 settembre ha celebrato a Brescia la sua settima edizione.

Il contesto demografico aiuta a capire perché. Al 1° gennaio 2026 i cittadini stranieri residenti in Italia sono 5,56 milioni. Secondo l’Istat, inoltre, sono quasi 2,1 milioni gli italiani che hanno acquisito la cittadinanza negli ultimi anni: nel solo 2024 le nuove acquisizioni sono state oltre 217 mila. Dietro la parola “stranieri”, insomma, c’è una società che nel frattempo ha messo radici.

Afrobrix ne ha raccontato una parte attraverso i suoi linguaggi. Al Centro Comboni di Brescia si sono alternati per tre giorni artisti nati in Italia da famiglie africane, musicisti arrivati dall’Africa e cresciuti artisticamente qui e formazioni nelle quali le provenienze finiscono per perdere importanza rispetto a ciò che producono insieme.

È una geografia musicale che difficilmente entra nelle vecchie caselle. Lelis Sylel, romano di origini nigeriane, ha portato sul palco la sua scrittura sentimentale; Amaro, bresciano originario della Costa d’Avorio, il suo rap autobiografico; la band gospel One Sound, nata nella comunità ghanese di Brescia, un repertorio cantato in inglese, italiano e twi. Il senegalese Cheikh Fall con i Kora Beat ha mescolato tradizione dell’Africa occidentale e jazz, mentre Nasser, bresciano di origine egiziana, canta in arabo e italiano.

Forse è proprio questo miscuglio il dato più interessante. L’afroitalianità non identifica una cultura importata da un altro continente, ma qualcosa che nasce dall’incrocio. Il duo trap $karLeider & Cassè Soulja mette insieme Italia e Senegal; Chris Obehi, nato in Nigeria nel 1998 e arrivato in Italia dopo un viaggio attraverso il Mediterraneo, intreccia cantautorato, pop, funk e afrobeat. Stesso continente di partenza, percorsi diversissimi e poi lo stesso approdo creativo: l’Italia.

La contaminazione è passata anche dalla moda. Afrobrix ha ospitato il fashion show di King AMIR Couture, marchio che combina sartoria contemporanea e riferimenti alla diaspora africana, mentre nel market tessuti wax, artigianato e prodotti di origine africana hanno convissuto con produzioni realizzate sul territorio italiano.

È un cambiamento culturale che segue quello demografico. E parlare soltanto dei nuovi arrivi significa ormai guardare una piccola parte del fenomeno. Comunità presenti in Italia da decenni hanno prodotto seconde generazioni e nuovi cittadini: nel solo 2024, per esempio, quasi 28 mila persone di origine marocchina hanno acquisito la cittadinanza italiana.

Non è un caso che Afrobrix sia nato e cresciuto a Brescia: la sua provincia è stata nel 2024 la terza in Italia per numero di acquisizioni di cittadinanza dopo Milano e Roma. Nel suo territorio la trasformazione demografica è diventata esperienza quotidiana e, sempre più spesso, produzione culturale. La domanda, allora, non è più soltanto come integrare chi arriva, ma che cosa diventa un Paese quando chi è arrivato resta, ha figli, apre imprese, fa musica, cinema e moda e modifica la cultura comune.

Il direttore artistico di Afrobrix Fabrizio Colombo ha definito l’afrodiscendenza “parte viva della cultura italiana”. È stata anche la dichiarazione politica dell’edizione 2026: considerare le radici africane non un problema da amministrare, ma una delle componenti della società contemporanea. I tre giorni di Brescia ne hanno offerto una rappresentazione in miniatura. Non un’Africa temporaneamente trapiantata in Italia, ma un pezzo d’Italia che venti o trent’anni fa semplicemente non esisteva ancora. E che oggi ha già cominciato a raccontarsi con un nome proprio: afroitaliano.

Di <a href="https://www.telepress.news/author/daniela-faggion/" target="_self">Daniela Faggion</a>

Di Daniela Faggion

Emiliana di nascita, non ho ancora deciso dove mi piacerebbe mettere radici: nel frattempo sto in prestito a Milano dal 2000. Giornalista pubblicista dal 2003 e professionista dal 2006, ho lavorato per diversi media e pubblicato due libri. Scrivo per Telepress dal 2022 e mi occupo di attualità, scienze, ambiente, ed enogastronomia, sempre per raccontare l'Italia vista dal mondo e l'Italia in giro per il mondo.