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19 Settembre 2026 | Attualità, Eventi

Cous cous, uno chef palestinese e una israeliana cucinano insieme

Al Cous Cous Fest di San Vito Lo Capo nasce la squadra United: Shady Hasbun e Tze’ela Rubinstein gareggiano insieme con “Il Gusto dell’Altro”. L’intervista di Telepress.

Il Cous Cous protagonista a San Vito Lo Capo

Un palestinese e un’israeliana nella stessa cucina. Non per sfidarsi, ma per preparare insieme lo stesso piatto. È la scelta con cui il Cous Cous Fest – a San Vito Lo Capo dal 18 al 27 settembre – porta quest’anno dentro il suo campionato mondiale un tema che va ben oltre la gastronomia.

Alla 29ª edizione del festival partecipano Algeria, Brasile, Francia, Italia, Marocco, Senegal e Spagna. L’ottava formazione è invece Cous Cous Fest United, composta dallo chef palestinese Shady Hasbun e dalla chef israeliana Tze’ela Rubinstein. Il festival, organizzato da Feedback, si presenta come manifestazione internazionale dell’integrazione culturale e per il 2026 ha scelto lo slogan “Make cous cous not war”.

I due chef non sono stati accostati per la prima volta in occasione della gara. Si conoscono da circa tre anni, hanno già partecipato al Cous Cous Fest e si sono affrontati come avversari al Girotonno in Sardegna. Il loro rapporto, racconta Hasbun, non era cominciato sotto i migliori auspici. «Tre anni fa ci guardavamo in cagnesco. Ora vogliamo costruire qualcosa di bello», raccontano lasciando trapelare la speranza di un dialogo che va ben oltre la cucina.

A San Vito Lo Capo presenteranno “Il Gusto dell’Altro”, una ricetta creata per l’occasione e costruita come un doppio cous cous. La parte fredda incrocia panzanella toscana, fattoush e taboulè mediorientali, con cocomero, menta, basilico e un cuore di labneh; quella calda reinterpreta il kubbeh sostituendo il bulgur con il cous cous, in un guscio ripieno di manzo, agnello, pinoli e spezie.

Nel piatto entrano così il Medio Oriente delle origini dei due cuochi, la Toscana dove entrambi vivono e lavorano e la Sicilia che li ospita. Tahina al limone e melassa di datteri completano la preparazione; alla fine arrivano piccole cialde a forma di ulivo, riferimento esplicito al messaggio di pace. Per la gara ne verranno preparate 140 porzioni: di cous cous ne serviranno otto chili.

Telepress ha chiesto agli organizzatori e a Shady Hasbun come sia nata una squadra che prova a trasformare lo slogan del festival in qualcosa di concreto.

Da chi è nata l’idea della squadra United e perché proprio quest’anno? È una scelta legata alla guerra a Gaza e al conflitto israelo-palestinese?
Feedback: «L’idea della squadra Cous Cous Fest United nasce dal team di Feedback, organizzatore del Cous Cous Fest, per rendere concreto, attraverso la cucina, uno dei valori che da sempre caratterizzano il festival: l’incontro tra culture diverse. La scelta di mettere insieme uno chef palestinese e una chef israeliana assume inevitabilmente un significato particolare in questo momento storico, ma non vuole essere una presa di posizione politica. È soprattutto un invito a non smettere di dialogare e a cercare, anche attraverso un gesto semplice come cucinare insieme, uno spazio di condivisione. “Make cous cous not war” nasce proprio da questa idea: usare il cibo come linguaggio comune, capace di avvicinare persone e culture».

Come sono stati scelti Shady Hasbun e Tze’ela Rubinstein? Si conoscevano già?
Feedback: «Shady e Tze’ela si conoscono da circa tre anni. Abbiamo pensato a loro perché sono chef che hanno già partecipato al festival».

Shady Hasbun: «Abbiamo avuto esitazioni, critiche e difficoltà. Tre anni fa, quando ci siamo incontrati, ci siamo guardati in cagnesco. Poi siamo stati uno contro l’altra anche al Girotonno in Sardegna, dove gareggiavamo in due squadre diverse. A un certo punto abbiamo deciso che non ce ne frega più niente. Stiamo cercando di creare un futuro nel quale persone come me e Tze’ela possano mettersi insieme per costruire qualcosa di bello. Questo oggi ci permette di fare quello che faremo a San Vito Lo Capo in maniera molto tranquilla, perché io e lei lavoriamo sulla stessa lunghezza d’onda».

Che cosa verrà preparato insieme? È una ricetta palestinese, israeliana o qualcosa di completamente nuovo?
Feedback: «Il piatto si chiama “Il Gusto dell’Altro” e nasce proprio dall’incontro delle loro identità. Saranno due interpretazioni del cous cous nello stesso piatto: un’anima fredda, con un’insalata che unisce elementi della panzanella toscana al fattoush e al taboulè mediorientali, e un’anima calda con un kubbeh rivisitato, dove il tradizionale bulgur viene sostituito dal cous cous. Ci sono le origini palestinesi e israeliane dei due chef, la Toscana in cui entrambi vivono e lavorano e, naturalmente, la Sicilia che li ospita. È una ricetta nuova, pensata proprio per raccontare questo incontro attraverso il cibo».

La scheda tecnica preparata dai due chef la introduce con una frase che ne sintetizza l’intenzione: «Prima di essere una ricetta, questo piatto è un incontro».

Che cosa significa concretamente “Make cous cous not war”, perché non rimanga soltanto uno slogan?
Shady Hasbun: «Per noi significa trasformare uno slogan in un gesto concreto. Due persone con origini e identità diverse che scelgono di sedersi allo stesso tavolo, progettare una ricetta, cucinare insieme e presentarla al pubblico. Non significa pensare che un piatto possa risolvere un conflitto, ma dimostrare che esistono ancora spazi in cui è possibile incontrarsi, ascoltarsi e costruire qualcosa insieme. Il nostro piatto si chiama “Il Gusto dell’Altro” proprio perché parte da qui: conoscere l’altro, anche attraverso i suoi sapori, è un primo passo per riconoscersi reciprocamente. Il cous cous diventa così il linguaggio di un incontro: due tradizioni che non rinunciano alla propria identità, ma che nello stesso piatto trovano un nuovo equilibrio».

Poi toccherà alla giuria stabilire se l’equilibrio funzioni anche gastronomicamente. Per quello, a differenza del dialogo tra i popoli, esistono almeno una ricetta, otto chili di cous cous e 140 piatti da assaggiare.

Di <a href="https://www.telepress.news/author/daniela-faggion/" target="_self">Daniela Faggion</a>

Di Daniela Faggion

Emiliana di nascita, non ho ancora deciso dove mi piacerebbe mettere radici: nel frattempo sto in prestito a Milano dal 2000. Giornalista pubblicista dal 2003 e professionista dal 2006, ho lavorato per diversi media e pubblicato due libri. Scrivo per Telepress dal 2022 e mi occupo di attualità, scienze, ambiente, ed enogastronomia, sempre per raccontare l'Italia vista dal mondo e l'Italia in giro per il mondo.