La cucina italiana è diventata patrimonio culturale immateriale dell’umanità e parte della sua forza sta proprio nella sua straordinaria capacità di viaggiare per il mondo: poche altre tradizioni gastronomiche sono altrettanto riconoscibili lontano dal Paese in cui sono nate. E proprio viaggiando la cucina italiana è stata conservata, adattata e, qualche volta, decisamente maltrattata, tra carbonara con la panna, ricette adattate agli ingredienti locali e pizze che in Italia non sarebbero mai inserite nel menù.
Da otto anni c’è persino un programma televisivo che gira il mondo per vedere che cosa succede alla cucina italiana una volta attraversata la frontiera. Si chiama Little Big Italy, lo conduce il ristoratore Francesco Panella sul Nove e il 7 settembre ha raggiunto la centesima puntata, significativamente ambientata a Tokyo. Il programma, prodotto da Banijay Italia per Warner Bros. Discovery, è partito nel 2018.
Il meccanismo è semplice. In ogni città straniera in cui il programma arriva tre italiani che vivono lì accompagnano Panella nei loro ristoranti italiani preferiti. Si mangia, si vota e soprattutto si cerca di stabilire quanto ciò che viene servito possa ancora essere considerato italiano. A decidere concorrono il giudizio dei partecipanti, quello del conduttore e persino un “test di italianità”.
L’Italia fuori dall’Italia
Il terreno su cui si muove il programma è tutt’altro che marginale. Al 31 dicembre 2025 gli italiani residenti all’estero erano 6 milioni e 604 mila, circa 183 mila in più rispetto all’inizio dell’anno: una popolazione cresciuta del 2,8% in dodici mesi, secondo i dati provvisori dell’Istat… ma questo anche perché adesso ci sono sanzioni pesanti se non ci si iscrive tempestivamente all’AIRE.
Little Big Italy ne ha incontrati naturalmente solo una minuscola frazione, senza alcuna pretesa statistica, ma dopo cento puntate il suo viaggio costituisce una curiosa mappa televisiva di come una parte dell’Italia continui a vivere e a mangiare fuori dai confini mediterranei.
Secondo i dati diffusi dalla produzione, il programma ha attraversato quattro continenti, 50 Paesi e 85 città, coinvolgendo circa 300 expat e mettendo alla prova oltre 300 ristoranti. Panella ha percorso più di 650 mila chilometri e assaggiato oltre 900 piatti.
Ed è proprio dentro quei piatti che si nasconde una questione più interessante della gara televisiva: che cosa succede a una cucina quando diventa globale? Una ricetta può attraversare l’oceano insieme a chi emigra e rimanere quasi immutata. Oppure adattarsi agli ingredienti disponibili e ai gusti del Paese d’arrivo, contaminarsi con altre tradizioni o trasformarsi fino a conservare dell’originale poco più del nome. È su questa linea continuamente mobile tra fedeltà e adattamento, equivoci e attenzione, che Little Big Italy costruisce buona parte del proprio racconto.
Un patrimonio, non un ricettario
Questo equilibrio continuamente ridefinito fra origini e adattamenti è particolarmente interessante dopo il riconoscimento ottenuto nel 2025 dalla cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità UNESCO. Ciò che l’organizzazione internazionale ha riconosciuto, infatti, non è un ricettario e neppure un elenco di piatti da difendere da ogni variazione.
Nella decisione ufficiale l’UNESCO descrive la cucina italiana come un insieme culturale e sociale di tradizioni culinarie, tecniche artigianali di preparazione, conoscenze e momenti condivisi attorno alla tavola. Centrale anche la trasmissione tra generazioni di sapori, capacità e memoria.
Vista da Tokyo, Manila o Seoul, quella definizione acquista un significato piuttosto concreto. La nuova stagione di Little Big Italy è partita con due episodi nella capitale giapponese e comprende tappe anche a Manila, Taipei e Seoul, oltre a Formentera, Barcellona e Strasburgo. In ognuna la domanda è apparentemente elementare: quanto è ancora italiana questa cucina?
La risposta cambia da un ristorante all’altro. Ed è probabilmente proprio questo il paradosso raccontato dalle cento puntate del programma: la cucina italiana è diventata una delle forme attraverso cui l’Italia viene riconosciuta nel mondo proprio perché ha saputo viaggiare. E più viaggia, più incontra ingredienti, abitudini e culture che inevitabilmente la trasformano.
Così, tra una carbonara discutibile e una ricetta di famiglia conservata a migliaia di chilometri da casa, Little Big Italy finisce per raccontare qualcosa che va oltre la competizione tra ristoranti: quanto può cambiare una tradizione continuando a essere riconoscibile come tale.

