In Veneto il vino è cultura, economia, identità territoriale e anche un po’ vizio. Proprio in questa regione è entrato in funzione il primo grande impianto italiano completamente operativo per la dealcolazione dei vini. Un segnale dei tempi che cambiano: nella terra di spritz e Prosecco, il futuro comincia ad avere meno gradi.
Lo stabilimento è quello della Ce.viv.v., storica realtà cooperativa di Susegana, nel Trevigiano, che ha installato un sistema industriale capace di produrre oltre 7 milioni di bottiglie all’anno tra vini fermi, spumanti dealcolati e parzialmente dealcolati. Si tratta della prima struttura italiana autorizzata e già pienamente funzionante su scala industriale in questo segmento.
Dietro all’operazione c’è una scommessa precisa: intercettare un mercato che nel resto del mondo cresce rapidamente mentre il vino tradizionale rallenta. Negli ultimi anni, infatti, il comparto “No-Lo” — no alcohol e low alcohol — è diventato uno dei fenomeni più osservati dall’industria del beverage. Secondo le analisi dell’osservatorio IWSR rilanciate da Unione Italiana Vini, il mercato globale dei vini dealcolati vale oggi circa 2,4 miliardi di dollari e potrebbe superare i 3 miliardi entro il 2028, con una crescita attesa vicina al 40%.
A guidare il boom sono soprattutto gli Stati Uniti, seguiti da Germania e Regno Unito. In Italia il fenomeno resta ancora contenuto, ma sta accelerando. Il mercato vale circa 3 milioni, appena una frazione del settore vinicolo nazionale, ma gli operatori prevedono una crescita molto rapida nei prossimi anni, trainata soprattutto dai consumatori più giovani.
Il nuovo impianto veneto utilizza una tecnologia pensata per conservare aromi e struttura del vino originale. Il processo combina separazione a membrana e recupero del bouquet aromatico attraverso distillazione sottovuoto a bassa temperatura. Il progetto è stato sviluppato insieme a Omnia Technologies, gruppo italiano specializzato in impianti per il settore food & beverage.
A coordinare la ricerca è l’enologo Bernardo Piazza, che sta lavorando anche con il Dipartimento di Enologia dell’Università di Padova per sviluppare prodotti a basso contenuto alcolico e calorico. L’idea è intercettare nuove abitudini di consumo: meno eccessi, più attenzione a salute, benessere e moderazione.
Non è un caso che tutto questo accada proprio in Veneto. La regione resta infatti una delle aree italiane con il rapporto più radicato con il consumo di alcol. Secondo i dati dell’Istituto Superiore di Sanità e dei sistemi di monitoraggio regionali, il Veneto continua a registrare livelli di consumo a rischio superiori alla media nazionale, soprattutto per binge drinking e consumo abituale elevato.
Particolarmente significativo è il dato sui giovani: tra i 18 e i 24 anni quasi uno su cinque dichiara episodi di consumo eccessivo concentrato in poche ore, il cosiddetto binge drinking. Un fenomeno che negli ultimi anni è cresciuto anche tra le ragazze.
Nel frattempo, però, stanno cambiando anche le modalità di bere. Diminuisce il consumo quotidiano “tradizionale”, mentre aumentano i consumi occasionali, fuori pasto e legati alla socialità. È in questo spazio che il vino dealcolato prova a inserirsi: non come nemico del vino classico, ma come alternativa per chi vuole continuare a partecipare al rito dell’aperitivo o della convivialità limitando l’assunzione di alcol.
Per il settore vinicolo italiano la sfida è delicata. Per molti produttori il vino senza alcol resta quasi un ossimoro culturale, soprattutto in territori dove il prodotto è legato alla storia e alla tradizione agricola. Altri, invece, vedono nel fenomeno una necessità industriale: un modo per aprire nuovi mercati e inseguire consumatori che altrimenti si allontanerebbero del tutto dal vino. Intanto, nel cuore del Veneto, il futuro è già partito.

