Non c’è solo Roma e non c’è solo la pasta. Nella nuova geografia europea dei viaggi legati al cibo, l’Italia si presenta come un sistema diffuso di città gastronomiche, capace di occupare quasi metà della Top 20 stilata da Holidu sulle migliori destinazioni culinarie del continente. Il dato più netto e incontrovertibile che emerge dalla piattaforma di gestione specializzata negli affitti per le vacanze è il podio tutto italiano, con Roma davanti a Venezia e Napoli, ma il risultato più interessante è ciò che viene dopo: Bologna, Milano, Firenze, Torino, Genova e Palermo realizzano una presenza nazionale che nessun altro Paese europeo riesce nemmeno ad avvicinare.
La classifica prende in considerazione cento città e non misura semplicemente la qualità della cucina, elemento peraltro difficile da ridurre a “numero”. A essere combinati sono diversi indicatori: i piatti locali e nazionali più riconoscibili, i tour gastronomici, i corsi di cucina disponibili sulle piattaforme turistiche e i ristoranti segnalati dalla Guida Michelin nella categoria “Eat Like A Local”. A essere valutata è la capacità di una città di trasformare il proprio patrimonio gastronomico in esperienza di viaggio.
Da questo punto di vista Roma parte con un vantaggio naturale: la sua cucina è codificata e riconoscibile anche fuori dall’Italia: cacio e pepe, carbonara, supplì, amatriciana, carciofi, trattorie e mercati costruiscono un immaginario molto forte. La Capitale vince anche per l’altissimo di corsi di cucina e attività organizzate per i visitatori: non è soltanto una città dove si mangia, ma una città in cui il turista può cimentarsi con il cibo.
Venezia arriva subito dopo, con un risultato che scardina un po’ l’immagine della città d’arte assediata dal turismo. La classifica valorizza la presenza di locali in grado di raccontare una cucina più legata al territorio: bàcari, cicchetti, pesce, ricette lagunari, piccoli indirizzi che resistono accanto ai grandi flussi. Napoli completa il podio con una forza diversa: quella di una tradizione popolare diventata ormai universale. La pizza è il simbolo più evidente, ma la città viene premiata anche per il numero di specialità locali riconosciute, dalla pasticceria alla cucina di strada.
Il resto della pattuglia italiana mostra quanto il turismo gastronomico non abbia un solo modello. Bologna entra in classifica con la solidità della sua reputazione emiliana, fatta di pasta fresca, ragù, tortellini e mortadella. Milano conferma una dimensione diversa, più metropolitana e contemporanea, dove alla tradizione del risotto e della cotoletta si affianca un’ampia offerta di corsi e indirizzi per pubblici internazionali. Firenze porta in dote l’immaginario toscano, ma anche una grande quantità di esperienze organizzate attorno al cibo, dai tour ai laboratori.
Più in basso, ma comunque in Top 20, compaiono città che raccontano altre Italie gastronomiche. Torino rappresenta la profondità piemontese, tra bagna cauda, tajarin, cioccolato e caffè storici. Genova entra con pesto, focaccia e cucina ligure, ma anche con una presenza significativa di ristoranti segnalati per un’esperienza più locale. Palermo chiude il gruppo con una cucina di mercato e di strada che resta tra le più riconoscibili del Mediterraneo urbano.
Il confronto con le altre città europee aiuta a leggere il fenomeno. Istanbul, Parigi, Madrid, Budapest, Lisbona, Barcellona e Londra restano destinazioni fortissime, ma nessun Paese riesce a replicare la densità italiana. Il punto non è soltanto avere singole capitali del gusto, ma una rete di città in cui il cibo diventa identità locale, racconto turistico e accesso alla cultura. Per l’Italia è certamente un vantaggio competitivo, ma anche una responsabilità: evitare che diventi una cartolina standard proteggendone varietà e tradizioni.

