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17 Giugno 2026 | Ambiente, Attualità

Vino, contro siccità e clima estremo ecco l’arca della biodiversità

Un vigneto sperimentale raccoglie centinaia di varietà provenienti da Mediterraneo ed Europa orientale per capire quali specie saranno in grado di resistere a siccità, malattie e temperature sempre più elevate.
david-kohler-vigneti-unsplash

Il vino italiano del futuro potrebbe nascere da un’uva quasi dimenticata oppure, magari, da una varietà coltivata oggi sulle coste greche, nei Balcani o nel Caucaso. La sfida che attende la viticoltura mediterranea, infatti, non riguarda più soltanto la qualità, ma prima di tutto la sopravvivenza stessa delle vigne in un clima sempre più caldo, con piogge irregolari, lunghi periodi di siccità ed eventi meteorologici estremi.

Secondo numerosi studi internazionali, il cambiamento climatico sta già modificando la geografia del vino: l’innalzamento delle temperature accelera la maturazione delle uve, altera l’equilibrio tra zuccheri e acidità e aumenta la pressione di parassiti e malattie. Per questo cresce l’interesse verso la biodiversità viticola, considerata una delle principali risorse per individuare varietà naturalmente più resilienti.

È in questo contesto che, sulla costa ionica pugliese, prende forma un progetto sperimentale destinato a diventare una sorta di “arca di Noè” delle viti mediterranee. A Marina di Lizzano, in provincia di Taranto, all’interno della storica tenuta Casino Nitti, è nato il “Vigneto della Biodiversità”: un campo sperimentale che raccoglie circa 480 varietà di vitigni minori provenienti da 16 Paesi. Accanto alle uve simbolo del Mezzogiorno trovano spazio varietà balcaniche, greche, albanesi, spagnole, austriache, ungheresi e caucasiche, con l’obiettivo di capire quali saranno in grado di adattarsi meglio alle condizioni climatiche del prossimo futuro.

Il progetto viene sviluppato in collaborazione con ricercatori dell’Università di Milano e dell’Università del Salento e punta a valutare la resistenza delle diverse varietà alla scarsità d’acqua, alle principali malattie fungine e ai patogeni trasmessi dagli insetti, come la Xylella, che negli ultimi anni ha profondamente segnato l’agricoltura pugliese. L’obiettivo finale è individuare le varietà più resilienti e nuovi portainnesti capaci di garantire produzioni di qualità anche in scenari climatici molto diversi dagli attuali.

La ricerca procede insieme all’agricoltura di precisione. Il vigneto viene monitorato con stazioni meteo, droni multispettrali che analizzano lo stato di salute delle singole piante e algoritmi predittivi capaci di stimare lo sviluppo delle principali patologie della vite. Un sistema che consente di intervenire soltanto quando necessario, riducendo il numero dei trattamenti fitosanitari, il consumo d’acqua e le ore di lavoro dei mezzi agricoli.

Accanto alla tecnologia resta centrale la salute del terreno. La gestione del vigneto segue pratiche di fatto assimilabili all’agricoltura biologica: microalghe e microrganismi vengono impiegati per migliorare naturalmente la fertilità del suolo, mentre tra i filari vengono seminate essenze vegetali le cui radici aumentano la sostanza organica e favoriscono l’ossigenazione del terreno. Anche gli scarti della vendemmia, come raspi e vinacce, vengono restituiti ai vigneti sotto forma di ammendanti organici, in un modello di economia circolare che punta a ridurre al minimo gli sprechi.

Dietro il progetto c’è anche un passaggio generazionale che rappresenta un’eccezione nel comparto vitivinicolo italiano, dove l’età media degli imprenditori supera i 50 anni. A guidare l’iniziativa è infatti la quarta generazione della famiglia Varvaglione: Angelo segue la parte agronomica e la sostenibilità, Francesca l’attività enologica, mentre Marzia si occupa dello sviluppo del business. Proprio quest’ultima sottolinea come, in un momento in cui molte aziende vitivinicole vengono acquisite da fondi d’investimento, la scelta sia stata quella di continuare a investire sul territorio pugliese, ampliando le superfici coltivate invece di cederle.

L’acquisizione della tenuta Casino Nitti, storica proprietà affacciata sullo Ionio appartenuta in passato alla famiglia dell’ex presidente del Consiglio Francesco Saverio Nitti, si inserisce proprio in questa strategia di lungo periodo: fare della biodiversità uno strumento concreto per garantire un futuro alla viticoltura mediterranea, in uno scenario climatico che cambia molto più rapidamente delle tradizioni agricole.

Di <a href="https://www.telepress.news/author/daniela-faggion/" target="_self">Daniela Faggion</a>

Di Daniela Faggion

Emiliana di nascita, non ho ancora deciso dove mi piacerebbe mettere radici: nel frattempo sto in prestito a Milano dal 2000. Giornalista pubblicista dal 2003 e professionista dal 2006, ho lavorato per diversi media e pubblicato due libri. Scrivo per Telepress dal 2022 e mi occupo di attualità, scienze, ambiente, ed enogastronomia, sempre per raccontare l'Italia vista dal mondo e l'Italia in giro per il mondo.