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31 Luglio 2026 | Attualità

Suicidio giovanile, l’appello dell’Associazione Anto Paninabella: «I ragazzi chiedono di essere presi sul serio»

In Italia circa 4mila persone ogni anno muoiono per suicidio. Secondo l’OMS è la seconda causa di morte tra i giovani, dopo gli incidenti stradali.

I dati più recenti riferiti in audizione parlamentare dall’Osservatorio nazionale suicidi indicano che l’età in cui il fenomeno si manifesta si è abbassata fino ai 14-15 anni. Dietro i numeri ci sono storie, una è quella di Antonella Diacono, morta a Bari nel 2017 a 13 anni. Dal 2018 i suoi genitori portano la sua voce nelle scuole con l’associazione Anto Paninabella: incontri con studenti dalla quarta primaria all’università, laboratori sulle emozioni, formazione gratuita per docenti e genitori, oltre mille libri donati alle biblioteche scolastiche con gli “Scaffali di Paninabella”. Telepress ha intervistato Domenico Diacono, fondatore dell’associazione Anto Paninabella e papà di Antonella.

L’associazione nasce nel 2018, sei mesi dopo la morte di Antonella. Come è nata e cosa fa oggi?

All’inizio non ci era chiaro cosa avrebbe dovuto fare. L’unica cosa che ci sembrava importante era non lasciar passare l’accaduto in silenzio e far arrivare la voce di Anto ai suoi coetanei. Tra le ultime cose che ha lasciato scritto, due frasi ci avevano colpito. Nella prima si rivolge a chi si sente come lei: «Per tutte le persone sole, apatiche e tristi voglio dare solo un messaggio. Non siete i soli a soffrire. Non siete soli». È stridente il contrasto tra questo messaggio di speranza e la sua morte, avvenuta all’improvviso, senza che lei avesse mai fatto trapelare alcun disagio. Nella seconda si rivolge a chi sta intorno a coloro che si sentono esclusi: «Provate voi a fare il primo passo, a parlare con la sfigata di turno. Andate contro i pregiudizi. Se tutti ti dicono fin da piccola che sei un mostro finisci con il diventarlo. E allora combattete». Da qui è partito il nostro primo concorso scolastico. Poi abbiamo iniziato a raccontare la storia di Antonella, della sua sofferenza silenziosa e del nostro sgomento di genitori che non erano riusciti a capire. Oggi rispondiamo a richieste di incontri dalla quarta primaria fino all’università. Le altre iniziative vanno nella stessa direzione: con la “Biblioteca di Paninabella” abbiamo donato venti scaffali e più di mille libri su emozioni e accoglienza, organizziamo corsi per genitori, docenti ed educatori, corsi di fotografia e disegno manga per adolescenti, laboratori sulle emozioni per i giovanissimi. Tutto sempre completamente gratuito.

Cosa ti restituiscono i ragazzi in questi incontri?

Un’esigenza molto forte: essere ascoltati e presi sul serio. Dopo il racconto do sempre loro la parola e, dalla seconda media in poi, distribuisco bigliettini anonimi sui quali condividere qualcosa della loro vita. Troppo spesso emergono situazioni in cui percepiscono di non poter esprimere quel che sentono, perché verrebbe ridicolizzato e sminuito, specie dagli adulti di riferimento. Ricordo una ragazza di 14 anni, l’età di Antonella, che dopo l’incontro ha voluto parlarmi da sola. Mi raccontava in lacrime che per lei aprirsi con i suoi era “impossibile”: erano impegnati, facevano così tanto per lei, non voleva essere una delusione né aggiungere altro peso. Come molti dei giovani che incontro si preoccupava di proteggerli e sentiva di dover affrontare tutto da sola, convinta di essere l’unica a non stare bene. Sono esattamente le situazioni in cui il messaggio di Antonella è importante: non siete soli.

Cosa avete in cantiere per l’anno scolastico 2026/2027?

Molte idee in testa, pochi progetti scritti. Continueremo con gli incontri e con i laboratori sulle emozioni per le prime classi della secondaria di primo grado. Compatibilmente con i fondi raccolti tramite donazioni, 5×1000 e la festa annuale per il compleanno di Antonella a dicembre, distribuiremo altri “Scaffali di Paninabella” alle scuole che li richiederanno: sono felice che uno abbia trovato casa anche in Sardegna. Speriamo inoltre di concretizzare l’alternativa al concorso scolastico, uno spunto di lavoro per le classi che vorranno aderire. Ogni novità passa dai nostri canali social e dal sito www.paninabella.org, dove rendiamo conto di ciascun euro speso.

Cosa hai imparato in questi anni sulla prevenzione? Quali segnali non vanno sottovalutati?

La prima cosa: la prevenzione del suicidio non è argomento per i singoli o le associazioni, ma per lo Stato. Richiede strutture e azioni che solo lo Stato può predisporre. Quel che tutti possiamo fare è promuovere il benessere. Con scuole e famiglie diffondiamo un’idea semplice: i sintomi fisici sospetti vengono presi sul serio e analizzati anche quando poi si rivelano innocui; lo stesso dovremmo fare con i sintomi di malessere psicologico. Mai sottovalutare, mai sminuire. Frasi come “tutti gli adolescenti provano queste cose” o “sapessi io quante ne ho passate”, magari dette in buona fede, rischiano di far passare l’idea che non crediamo alla sofferenza di chi abbiamo vicino. I segnali da osservare sono i cambiamenti che appaiono ingiustificati. Particolarmente preoccupanti sono i segni di autolesionismo o i discorsi sulla volontà di morire, troppo facilmente liquidati come ricerca di attenzione. Se qualcuno ha bisogno di attenzione, diamogliela: stiamo vicino, ascoltiamo, facciamo domande per capire e prendiamo sul serio le risposte.

Cosa può fare ognuno di noi, nel suo piccolo? E chi vuole sostenere l’associazione?

Se dovessi riassumere in poche parole otto anni di messaggi di ragazze e ragazzi non avrei dubbi: prendeteci sul serio. Un’azione potentissima di prevenzione, alla portata di tutti ogni giorno, è validare le emozioni. Chi ci sta vicino deve sapere che con noi può dire qualsiasi cosa senza che saltiamo sulla sedia spaventati. Se non ce la sentiamo di reggere un pensiero troppo doloroso possiamo dirlo e suggerire un aiuto professionale, ma dopo l’ascolto: se un amico ci parla di un problema e la nostra reazione immediata è indirizzarlo dalla psicologa, rischiamo di farlo sentire ancora più solo. Il sostegno economico passa da donazioni liberali e dal 5×1000, con il codice fiscale 93490670721; sul sito ci sono tutti i riferimenti. Ma soprattutto ci aiuterebbe che chi si commuove per la storia di Antonella provasse poi ad approfondire questi temi, senza fermarsi all’idea che al posto nostro “avrebbe capito”. La comprendiamo bene, l’avremmo pensato anche noi, ma è un’illusione: la sofferenza non riguarda solo famiglie disfunzionali o certe fasce di età, può capitare a chiunque. Non leggiamo nel pensiero. Se però si chiede aiuto, e intorno si trova un sostegno che ha creato le condizioni perché chiedere aiuto sia naturale, la probabilità di lasciarsi un brutto periodo alle spalle è concreta.

Come si racconta questo tema senza fare danni?

Descrivere i modi, romanticizzare, individuare un solo motivo: tutto estremamente sbagliato. Il suicidio è un evento multifattoriale, un processo spesso lungo, quasi sempre incomprensibile a chi lo guarda dall’esterno, a volte anche a chi lo vive. Le indicazioni giuste esistono da tempo: le ha pubblicate l’OMS e sono entrate nell’articolo 15 del nuovo Codice deontologico dei giornalisti, in vigore dal 1° giugno 2025. Attenersi scrupolosamente a quelle indicazioni sarebbe già un bel passo avanti, perché vengono quotidianamente disattese. Il racconto che aiuta è quello che innesca il cosiddetto “effetto Papageno”: propone sempre vie di uscita, indica centri di ascolto, incoraggia la richiesta di aiuto. Niente garantisce al 100% di uscirne. Ma vale sempre, sempre la pena provarci.

Chi attraversa un momento di sofferenza o conosce qualcuno in difficoltà può chiedere aiuto: Telefono Amico Italia risponde ogni giorno al 02 2327 2327 e via WhatsApp al 324 011 7252; per bambini e adolescenti è attivo il Telefono Azzurro al 19696, gratuito, 24 ore su 24. Parlarne è il primo passo.

Di <a href="https://www.telepress.news/author/serena-campione/" target="_self">Serena Campione</a>

Di Serena Campione

Scrivo per Telepress dal 2021 e mi occupo di attualità, sociale e sostenibilità, enogastronomia ed eventi (spesso collegati alla mia regione di origine, ma non solo!) Pugliese di nascita, milanese di adozione da quattro anni. Dopo la laurea in comunicazione e il Master in Digital Communication alla 24Ore Business School entro nel mondo delle PR e media relations, seguendo aziende ed enti in svariati settori, tra cui: sociale, sostenibilità, food e tecnologia.