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17 Luglio 2026 | Ambiente, Economia

Più alveari e meno greggi: così cambia la campagna europea

Aumentano gli alveari gestiti dall’uomo ma diminuisce la biodiversità e gli impollinatori selvatici restano in pericolo

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I dati Eurostat degli ultimi anni hanno registrato una doppia trasformazione nelle zone agricole di tutta Europa: da una parte, la crescita dell’apicoltura professionale trainata dall’Italia; dall’altra, il progressivo ridimensionamento degli allevamenti, particolarmente evidente nelle aree rurali e montane, con la diminuzione di bovini, suini, pecore e soprattutto capre.

Nel 2023 le aziende agricole dell’Unione europea ospitavano complessivamente 9,4 milioni di alveari, 1,3 milioni in più rispetto al 2020. In tre anni l’incremento è stato dunque del 16%. Si tratta, avverte Eurostat, di una rilevazione parziale: le statistiche sulla struttura delle aziende agricole comprendono soltanto le arnie riconducibili a imprese agricole e non l’intero universo degli apicoltori amatoriali o non registrati.

A guidare la classifica è l’Italia, con quasi 1,9 milioni di alveari censiti nelle aziende agricole. Rispetto al 2020 l’aumento è stato del 79%, equivalente a oltre 822 mila arnie in più. Seguono la Romania, con 1,7 milioni di alveari, la Grecia con 1,2 milioni e la Bulgaria con circa un milione. Il fenomeno non riguarda tutta l’Europa allo stesso modo: tra i Paesi per i quali è possibile effettuare il confronto, dodici hanno registrato una crescita e dieci una diminuzione. Le contrazioni più consistenti si sono verificate in Ungheria, con il 34% in meno, e in Spagna, dove il calo è stato del 14%.

Il primato italiano e l’aumento delle arnie raccontano la vitalità economica dell’apicoltura, ma non devono essere confusi con una generale ripresa della biodiversità. Gli alveari censiti ospitano, infatti, soprattutto api mellifere allevate e gestite dall’uomo. La condizione degli impollinatori selvatici — api solitarie, bombi, farfalle, falene e sirfidi — resta invece critica. Una specie su tre fra api, farfalle e sirfidi è in diminuzione, mentre una specie su dieci tra api e farfalle è minacciata di estinzione. Inoltre, oltre l’80% degli habitat naturali europei risulta in cattive condizioni. Le api allevate svolgono un ruolo fondamentale per l’agricoltura, ma non possono sostituire interamente la varietà degli impollinatori selvatici, che per molte colture garantiscono un servizio più efficace e stabile.

Anche per questo Bruxelles ha aggiornato nel 2023 l’iniziativa europea per gli impollinatori, ribattezzata “Nuovo patto per gli impollinatori”, con l’obiettivo di invertire entro il 2030 la diminuzione degli insetti selvatici. Il traguardo è stato successivamente inserito nel Regolamento europeo sul ripristino della natura, entrato in vigore nel 2024, che impone agli Stati membri di fermare e poi rovesciare il declino delle popolazioni di impollinatori. Dal novembre 2025 l’Unione dispone anche di un sistema comune di monitoraggio, pensato per raccogliere ogni anno dati confrontabili sull’abbondanza e sulla diversità delle diverse specie.

Mentre crescono le arnie agricole, però, nelle stalle europee gli animali continuano a diminuire. Nel 2025 l’Unione contava 131,5 milioni di suini, 71,6 milioni di bovini, 55,3 milioni di ovini e 10,2 milioni di caprini. Tutte le principali categorie hanno perso terreno rispetto all’anno precedente: -0,5% per i maiali, -0,4% per i bovini, -2,2% per le pecore e -2,5% per le capre. I dati del 2025 sono ancora provvisori, ma confermano una tendenza ormai consolidata. Il calo può dipendere da diversi fattori: chiusura delle aziende meno competitive, aumento dei costi, difficoltà nel ricambio generazionale, nuove regole ambientali e sanitarie e mutamento dei consumi, ma produce conseguenze che non sono soltanto economiche.

Soprattutto nelle zone montane e marginali, pecore e capre contribuiscono infatti alla manutenzione dei pascoli, al contenimento della vegetazione e alla sopravvivenza di attività agricole che presidiano il territorio. Una riduzione indiscriminata dell’allevamento estensivo può quindi favorire l’abbandono dei terreni e la scomparsa di habitat legati alla presenza dell’uomo, senza necessariamente tradursi in un beneficio per la natura.

L’Europa rurale si trova così davanti a una trasformazione più complessa di quanto suggeriscano i soli numeri. Crescono gli alveari produttivi, ma gli impollinatori selvatici continuano ad avere bisogno di protezione. Diminuiscono gli animali allevati, ma non tutti gli allevamenti esercitano lo stesso impatto sull’ambiente. La sfida non sarà semplicemente scegliere tra api e capre, o tra agricoltura e biodiversità: sarà preservare le attività rurali che mantengono vivi gli ecosistemi, riducendo nello stesso tempo quelle che li impoveriscono.

Di <a href="https://www.telepress.news/author/daniela-faggion/" target="_self">Daniela Faggion</a>

Di Daniela Faggion

Emiliana di nascita, non ho ancora deciso dove mi piacerebbe mettere radici: nel frattempo sto in prestito a Milano dal 2000. Giornalista pubblicista dal 2003 e professionista dal 2006, ho lavorato per diversi media e pubblicato due libri. Scrivo per Telepress dal 2022 e mi occupo di attualità, scienze, ambiente, ed enogastronomia, sempre per raccontare l'Italia vista dal mondo e l'Italia in giro per il mondo.